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SALONE, MAI UNA GIOIA: FERRARI NON CI STA

Porta Susa, maggio 2018: entusiasti e numerosi, i torinesi vanno al Salone
Ahi ahi. Houston, abbiamo un problema.
Un altro.
Gian Arturo Ferrari non intende accettare la presidenza della Fondazione per il Libro al posto della dimissionaria Milella. Gliel'hanno offerta, ma lui ha preferenza di no. Sta bene dove sta, alla Mondadori; fa il vicepresidente, beato e contento; e probabilmente, così sui due piedi, non intravvede un buon motivo per andarsi a infilare in 'sto canaio.
Domani c'è l'assemblea dei soci del Salone. Chiampa e Appendino si sono impegnati a proporre un nome. Va da sé che, prima di domani, imploreranno Ferrari in ginocchio, offrendogli tutte le garanzie e le rassicurazioni del caso. La notte porterà consiglio? Quien sabe? Da convinto pessimista, temo di no. Ferrari non è tipo da commuoversi per le preghiere di due politici locali. Se glielo chiedesse un pari grado - che so, un ministro - magari, forse. Ma così, chi l'ammazza? E soprattutto, chi lo smuove?
Gian Arturo Ferrari
Se Gian Arturo il duro, che oggi era a Torino, non cambia idea, sarà un pessimo segnale per le fragili speranze di resurrezione del Salone. Il suo nome è una garanzia per tutti, anche per Torino. Perché, se si impegna, Ferrari non lo fa per burletta.
Il che rende ancora più allarmante il fatto che non voglia impegnarsi.
Un'alternativa forse è Motta: il presidente dell'Aie può decidere di assumere personalmente la presidenza del Salone. Però, senza offesa per nessuno, non è la stessa cosa.
Comunque vada, la tempesta non è finita. Gli editori tengono aperte due opzioni per il Salone: stanziale a Torino, oppure itinerante. Andando (cito Motta) "dove ci offrono le condizioni migliori". E condizioni migliori di quelle che già ha offerto, Torino proprio non ne ha.
E qui finisce la cronaca, al momento. Ma si delinea il cupo scenario dei tristi giorni a venire.

Soluzioni fuoritempo e proverbi danesi

La soluzione che, in braghe di tela, Regione e Comune hanno prospettato oggi agli editori non è malaccio. Peccato che arrivi con più di un anno di ritardo. L'avessero tirata fuori la sera della chiusura dell'edizione 2015, gli editori l'avrebbero acchiappata al volo, felici e riconoscenti; e Ferrari - non ancora vicepresidente Mondadori - pure. Il Salone era forte e in apparenza sano, Torino potente, Milano ancora balbettante. E la proposta sensata e conveniente per tutti.
Ma, dice un antico proverbio danese, a certa gente gli entra prima in culo che in testa. I nostri zuavi, che all'epoca si credevano fighissimi, hanno pensato bene di cacciarsi allegramente nel ginepraio che abbiamo attraversato: scontri fra primedonne, inchieste giudiziare umilianti e vergognose, futili diatribe, sputtanamenti da magliari, alzate d'ingegno degne di un lemming in crisi d'astinenza.
Per arrivare al gran finale da film di Lino Banfi, con il commissario Zagaria che prende le manette e se li porta via.

In ginocchio per il colpo di grazia

Morale della favola, abbiamo collezionato tante figure di merda da fertilizzare l'intera Val Padana. E ci ritroviamo, quattordici mesi dopo, con le pezze al culo e le palle strette dagli editori assatanati, istigati da una Milano in pieno rilancio che fiuta l'odore del sangue di questa Torino in ritirata.
Andrà così. Gli editori, per furbizia mascherata da pietà, accetteranno il gentile cadeau. Si prenderanno il Salone - compreso il marchio, che è il vero capitale costruito con tanta fatica e tanto lavoro - e magari lasceranno ancora la prossima edizione a Torino (in quale sede non si sa: la fantasia dei popoli, quaggiù sotto la Mole, è ridotta al lumicino, e idee visionarie non ce ne vengono più, neppure a imbottirci di Lsd). E poi, vedrete, verranno a dirci: "Cari torinesi, sapete che c'è? Adesso, per cambiare, andiamo a Milano. Così facciamo il Salone itinerante, eh? Che bella idea, eh?". Un po' come è capitato con il Prix Italia (a proposito, abbiamo notizie?). Il Salone 2018 si terrà a Rho, dove gli stenderanno i tappeti rossi. Magari non gli faranno pagare niente. Si troveranno talmente bene che decideranno di fermarsi anche nel 2019. E nel 2020. E...

Addio al Salone. E al prezioso marchio

E noi che diremo? Come ci opporremo? Qualche strillo e qualche vibrante protesta non commuoveranno nessuno. Dopo che gli avremo ceduto (affittato o regalato?) il marchio - marchio che Comune, Provincia e Regione comperarono da Accornero all'incirca per 400 milioni di lire, e il cui valore fu valutato appena due anni fa oltre un milione e trecento mila euro - che cosa ci resterà? Quali strumenti di pressione? Quali diritti? A quel punto il prezioso nome "Salone del Libro" sarà proprietà degli editori, che potranno usarlo dove e come vorranno; mentre la nostra leggendaria spocchia e la nostra incommensurabile stupidità non sono argomenti giuridicamente rilevanti.
A casa mia, questo si chiama vendere il culo per una ciliegia.

I ragazzi con la valigia

Dite che l'Aie non ha il know how per organizzare il Salone? Certo che non lo ha. Infatti, gli editori useranno le risorse umane della Fondazione per costruire l'edizione 2017 a Torino; così identificheranno i professionisti più validi. E dopo averli individuati li convocheranno e gli diranno: "Signorini e signorine, adesso andiamo a Milano, dove vi attendono un posto sicuro, buoni stipendi e pasti garantiti. Chi è interessato faccia l'abbonamento del treno. Chi non è interessato, si accomodi alla porta".
Questo diranno gli editori alle risorse umane del Salone.
E come reagiranno, secondo voi, le risorse umane? Si abbarbicheranno come ostriche al paesello natio cantando il coro del Nabucco ("oh mia patria sì bella e perduta..."), oppure penseranno che la pensione assicurata vale più di quaranta minuti di Alta Velocità?
Questo è quanto. E al posto vostro mi toglierei dalla faccia quel sorrisetto di sufficienza. Tante altre volte lo avete inalberato, davanti a certi segnali d'allarme che consideravate infondati o eccessivi. L'esperienza non vi ha insegnato proprio nulla?

Prima della prima: riflessioni di un critico teatrale dilettante

Resta da vedere, domani, quale piéce dal loro vasto repertorio pescheranno i baldi amministratori per imbellettare la veglia funebre denominata "assemblea dei soci della Fondazione per il Libro". Da appassionato di teatro, mi aspetto grandi prove attoriali degli interpreti, dal veterano Chiampa all'esordiente Chiara, al caratterista Paolo Richelieu. Temo però che il testo sarà mediocre, e la mise en scène anche peggiore: una via di mezzo fra la tragedia e la pochade.
Ma questo si sapeva: il male del teatro italiano è che mancano i bravi autori.

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