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NON CI SONO PIU' LE CONTESTAZIONI DI UNA VOLTA

Non ho mai fatto mistero di non capire un tubo di danza. Ma ho preso la buona abitudine di dare retta ai consigli degli amici che ne capiscono, così quando mi suggeriscono di vedere un certo spettacolo io ci vado; e mi capita pure di uscirne soddisfatto. Mi capita soprattutto con Torino Danza, un festival che apprezzo per svariati motivi, e non soltanto artistici. Mi piace, Torino Danza, perché funziona, fa un ottimo lavoro senza clamori, senza lotte intestine, senza casini. E ha un direttore - Gigi Cristoforetti - esperto, appassionato e serio, che non finisce continuamente sui giornali per casini e polemiche dozzinali. Sembrerebbe il minimo sindacale, e invece è quasi un miracolo in una città dove ormai troppe manifestazioni sono il terreno di gioco di ambizioni perdute, manovre di sottogoverno, invidie di bottega e frustrazioni contrapposte. 
Così ieri sono andato al Regio a vedere "Three" della compagnia israeliana Batsheva, diretta dal coreografo Ohad Naharin. Lo spettacolo inaugurale di Torino Danza, tanto discusso dopo l'intemerata di Brian Eno. I miei amici esperti mi avevano garantito che valeva la pena, indipendentemente.
L'assessore a pois Leon e il presidente delTst Vallarino Gancia
E poi mi toccava: all'apertura di MiTo non c'ero - ancora frescheggiavo in campagna - e quindi quella di ieri era la prima occasione per controllare presenze e assenze, pratica che a inizio stagione ti aiuta a annusare l'aria che tira. In sala - oltre il folto pubblico - c'era chi doveva esserci: ovviamente i vertici dello Stabile, Vallarino Gancia e Fonsatti; e ovviamente il padrone di casa Walter Vergnano, con la moglie Angela Larotella che non sembrava troppo scossa dalla prospettiva di ritrovarsi a faccia a faccia, fra due giorni in Commissione cultura, con la sua arcinemica Appendino.
Appendino non c'era, o almeno io non l'ho vista: nel caso, ignoro se mancasse per indisposizione, motivi di famiglia, prioritari impegni, allergia ai balletti o adesione alla causa palestinese. 
Ho visto invece l'assessore Leon, vispa come una cinciallegra nel suo abitino a pois, che salutava tutti con grande calore, e tutti le facevano grandi feste. Non pervenuti i precedenti titolari della licenza comunale. Non ho visto nemmeno l'Antonellina Parigi. Chiampa assente: la danza non è la sua cup of tea.
Ma confesso che sono andato al Regio anche spinto da scrupolo cronistico, per via delle prevedibili contestazioni anti-Israele. Ora, voglio precisare che non mi sta simpatico il governo israeliano. In realtà non mi sta simpatico nessun governo. Ma la lettura combinata delle dichiarazioni del coreografo Ohad Naharin ("Per la pace con i palestinesi sono pronto a rinunciare non solo alla Cisgiordania ma anche a casa mia") e dei contestatori ("La compagnia Batsheva è finanziata dal governo israeliano e mezzo di propaganda politica del Paese") mi ha incuriosito: il governo israeliano dev'essere ben scemo, ho pensato, per mandare in giro come propagandista politico un tizio che contraddice la politica del governo israeliano.
Ad ogni modo. Mentre si abbassavano le luci in sala, una scarmigliata è saltata su sventolando una bandiera palestinese e urlando "Palestina libera!": le maschere l'hanno urbanamente accompagnata alla porta tra i fischi e i "fuori!" del pubblico. Fuori, in piazza Castello, un centinaio di persone con cartelli e bandiere. Hanno suonato qualcosa, distribuito volantini. A fine serata li ho visti ancora lì, che sfilavano; ma gli unici ad agitarsi erano i poliziotti del servizio d'ordine. Non ci sono più le contestazioni di una volta.
Lo spettacolo? Beh, troppo cerebrale per un insensibile analfabeta coreutico come il sottoscritto. Bravi sono bravi, anzi bravissimi. Ma chiaramente non sono ancora pronto per certe raffinatezze. E comunque adesso che li ho visti non direi che il governo israeliano mi stia più simpatico di prima.

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