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ACCORSI: MEGLIO SOLI CHE MALE ACCOMPAGNATI

In anteprima. L'inginocchiatoio di Luigi Prinotto
In direzione ostinata e contraria, la Fondazione Accorsi-Ometto inaugura la sua nuova mostra, "Da Piffetti a Ladatte", che fino al 3 giugno propone nel palazzo di via Po 55 uno sguardo ragionato - e affascinante - sui tesori raccolti in dieci anni di acquisizioni. Non una mostra autocelebrativa, precisa il curatore Luca Mana, ma dettata solo dalla povertà, per quanto povertà relativa: di recente la Fondazione s'è beccata sui denti una bordata di tasse di inusitata violenza, per cui ha dovuto rinunciare alla prevista esposizione sulla pittura degli Anni Venti in Italia e ripiegare su un'opzione più economica; eppure il risultato è eccellente, a conferma che l'intelligenza e il gusto valgono più dei soldi. Ad averceli, gusto e intelligenza.
Riassumendo: la Fondazione Accorsi-Ometto non riceve un centesimo di finanziamento pubblico, mai e da nessuno; paga tasse come se piovesse; s'impegna da anni per preservare, incrementare e far conoscere uno straordinario patrimonio di tesori delle arti decorative; organizza con regolarità mostre belle, interessanti, di valore scientifico; e viene pertanto giustamente ignorata dai falabracchi che nel chiuso dei loro palazzi farneticano di "valorizzazione" e "promozione" della cultura a Torino mentre s'ingegnano per chiudere i musei.
Il cofano-forte di Piffetti, già proprietà dei Savoia
Non aver nulla a che spartire con gli umori del popolo e dei suoi rappresentanti eletti comporta qualche sacrificio, tipo rinviare a tempi più propizi un progetto troppo costoso; ma - senza contare l'impagabile privilegio di non dipendere da un sì o da un no di certi personaggetti da vaudeville - si tratta di un ben modesto sacrificio, se l'alternativa è una mostra come quella che ho visto ieri: "Da Piffetti a Ladatte" è un'immersione nella bellezza che consiglio caldamente a chiunque. E si è rivelata pure un'opportunità per la Fondazione Accorsi-Ometto, che ha preso al volo l'occasione per ripensare l'intero allestimento secondo più attuali criteri museali: via le sovrabbondanti vetrine che impedivano di apprezzare lo splendore delle sale settecentesche (godetevi la stanza cinese, è uno spettacolo); e una scelta ragionata delle opere, meno numerose e meglio valorizzate. 
Tra i capolavori esposti spiccano alcuni straordinari mobili di Pietro Piffetti: e ciò fa della mostra da Accorsi un perfetto corollario di quella dedicata agli ebanisti piemontesi che s'inaugurerà il 16 marzo alla Reggia di Venaria. A proposito, alla Venaria vedrete anche il clamoroso inginocchiatoio di Luigi Prinotto, che la Fondazione Accorsi ha ritrovato e acquistato di recente e che, a rigor di logica, dovrebbe essere esposto qui: ma la strapotente Reggia lo ha voluto in prestito per la sua mostra e ha preteso - piuttosto assertivamente - di esibirlo in anteprima assoluta. La Fondazione ha fatto buon viso a cattivo gioco, e l'inginocchiatoio del Prinotto debutterà a Venaria.

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