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REGIO ULTIMO ATTO: LA SCONFITTA DI VERGNANO

Il soldato Vergnano a rapporto dal comandante Fassino: "Caro Walter, la Patria ti chiede un supremo sacrificio"
E' dai particolari che si riconosce una sconfitta. Ieri mattina, alla presentazione della mostra di Roy Lichtenstein alla Gam, ho visto un Vergnano insolitamente attapirato. Mentre si cianciava d'arte ed artisti, ha buttato lì una mezza battuta - "ma sì, diciamolo che io sono soltanto un burocrate" - che mi ha lasciato interdetto. Poi, uscendo, rivedo il sovrintendente del Regio che ciappetta fitto fitto con Fassino. Tento di orecchiare qualcosa: ma i due, furbi come il diavolo, abbassano la voce e si allontanano. Però scommetto che so di che cosa parlavano. Parlavano di digestivi. Ce ne vorrà una dose king size per far trangugiare a Vergnano il mappazzone che il suo sindaco gli ha confezionato in occasione della trasferta a Parigi. Perché finalmente Fassino ha deciso come chiudere la vergognosa guerra del Regio. E come Gabo aveva preannunciato con sconcertata incredulità due settimane fa, alla fine ha vinto chi strillava di più, ovvero il direttore d'orchestra Gianandrea Noseda. Resta da capire se Vergnano farà il carabiniere onorario ("usi a obbedir tacendo, e tacendo morir"), o se rovescerà il tavolo. Al posto suo li avrei già mandati tutti a stendere. Ma conoscendo la felpatezza del sovrintendente, presumo opterà per la prima ipotesi.
Eppure il "patto di Parigi" è talmente squilibrato ai danni di Vergnano che, al confronto, il trattato di Versailles sembra il più formidabile successo della storia tedesca.
Cristina Rocca al Regio
In sostanza, a Parigi Fassino ha incontrato Cristina Rocca, attuale direttore artistico dell'Orchestre National de France, e uno dei tre nomi fra i quali Noseda ha preteso che si scegliesse il direttore artistico del Regio. Il sindaco ha offerto la poltrona alla Rocca, che ha accettato con due riserve La prima temporale: ha chiesto qualche giorno per pensarci, ma potete scommettere la casa contro una biglia di plastica che accetterà. La seconda riserva è fondamentale, e riguarda l'organigramma del Regio. La Rocca accetta a due condizioni: che Noseda resti direttore musicale (e ci mancherebbe: l'ha scelta lui), e che Vergnano venga in pratica "commissariato" nominando vice sovrintendente Filippo Fonsatti, attuale direttore amministrativo dello Stabile. Condizioni che - al netto delle frasi di circostanza con le quali si cercherà di far apparire la cosa come normale amministrazione - significano un vulnus terrificante per Vergnano, che esce sconfitto su tutta la linea, sbertucciato dal Karajan de noantri e messo nell'angolo, in attesa di definitiva giubilazione. Che la situazione sia questa, s'era capito già l'altra sera, alla cena al Circolo dei Lettori in onore di Toni Servillo: Vergnano e Fonsatti, entrambi presenti, erano tutti e due abbottonatissimi, ma Vergnano era scuro in volto mentre Fonsatti appariva raggiante.
Il patto di Parigi costituisce un precedente davvero straordinario. Stabilisce infatti che:
1) Nell'ambito del piano per favorire il rientro in Italia dei cervelli fuggiti all'estero, una signora che lavora a Parigi per tornare in patria può pretendere di dettare le sue condizioni a un teatro lirico pagato dai cittadini.
2) Qualsiasi direttore d'orchestra, spalleggiato dagli orchestrali, può fare il bello e il cattivo tempo nel medesimo ente lirico, piegare ai suoi voleri anche la politica, scegliersi i direttori artistici e i sovrintendenti, e fare assumere (con relativo stipendio) chi cazzo gli pare.
E se Noseda (per intenderci colui che il critico Paolo Isotta ha affettuosamente definito "un - diciamo così - direttore d'orchestra la ridicola prestazione del quale, con un' Aida alla Scala, commentai sul Corriere") è riuscito a imporre al Regio (e a Torino) una capitolazione che nemmeno il Giappone dopo Hiroshima, beh, se ci è riuscito lui, allora può riuscirci chiunque. E mi domando che cosa sarebbe accaduto se al posto di Noseda c'era Muti. Magari costringeva Fassino a cedergli il posto, e a fargli da autista.
E a questo punto mi fermo: cominciano a venirmi in mente idee che non condivido.

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