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TJF: LE DUE MOSSE VINCENTI

Oggi Stefano Bollani chiude il Tjf2023

Termina oggi, con due concerti esauritissimi di Stefano Bollani, l'undicesima edizione del Torino Jazz Festival. Ripubblico qui il commento uscito ieri sul Corriere, e non disponibile on line.

Pare – dico pare – che stavolta, all'undicesima edizione, il Torino Jazz Festival abbia trovato finalmente la giusta alchimia. È cominciato sabato 22 e terminerà domenica 30, ma già lunedì scorso
 – in un crescendo di continui sold out - gli incassi veleggiavano attorno ai 115 mila euro: ben oltre l'obiettivo dei 110 mila per l'intera manifestazione prudentemente preventivati da Alessandro Isaia, segretario generale della Fondazione Cultura che organizza il Festival.
Ma non è soltanto una questione di numeri. Bene o male, il Tjf il suo pubblico lo aveva anche in passato. E ci mancherebbe altro, con quel che costa: anche quest'anno il budget è di 650 mila euro, cifra che non basterà a farne un mega-evento tipo Umbria Jazz, ma che, almeno per i parametri torinesi, è tutt'altro che irrisoria.
Quando parlo di “giusta alchimia” mi riferisco a due mosse strategiche che fanno dell'edizione di quest'anno un punto di svolta nella tormentata e ondivaga storia del Festival.
La prima mossa è l'aver richiamato alla direzione del Tjf il musicologo Stefano Zenni, che fu al timone dal 2013 e fino al 2017, allorquando Appendino gli diede il benservito per rimpiazzarlo con Giorgio Li Calzi e Diego Borotti. Li Calzi e Borotti sono due eccellenti jazzisti torinesi, e anche nel ruolo di direttori non hanno demeritato, ma resto dell'idea che ciascuno, a questo mondo, deve fare il suo mestiere. Gli artisti creano, i tecnici costruiscono. Sono sensibilità, e competenze, diverse. Non è detto che un grande pilota di Formula 1 sia anche un ottimo meccanico. O viceversa. Forse alcune scelte di Zenni non piacerebbero a un musicista: ma sono comunque di qualità, e piacciono al pubblico.
Già, il pubblico. Numeroso, e non soltanto locale: i turisti, anche stranieri, durante il ponte non sono mancati. L'impressione, al momento, è che le presenze siano ancora in crescita. E qui arriviamo alla seconda mossa, solo in apparenza banale: la scelta delle location. Finora le sedi dei concerti – oltre a Ogr e Conservatorio – erano elettivamente i jazz club. Logico, no? Fin troppo: in pratica, si predicava ai convertiti. Quest'anno il Tjf è andato “in partibus infidelium”: nei teatri come al Politecnico, nei musei come nei jazz club e nelle bocciofile; e – qui sta la novità vera – anche a Hiroshima, al Folk Club, al Bunker, all'Off Topic, al Comala. Sono i live club più vivaci della città, posti frequentati da un pubblico diverso, che magari di per sé il jazz non lo ascolta: ma si fida del proprio locale di riferimento, e sulla fiducia va ad ascoltare quel dato concerto del Tjf per accorgersi, alla fin fine, che oggi il jazz non è poi così diverso dalle altre musiche che si suonano in quei club – elettronica, world, rap, folk... - e semmai ne è un'altra declinazione. È la solita storia di Maometto e la montagna: se la gente non va dal jazz, il jazz vada dalla gente. A quanto pare funziona.
Ora, per dare un senso compiuto al Torino Jazz Festival manca soltanto una terza mossa: una promozione nazionale e internazionale efficace, professionale, adeguatamente finanziata. E, mi auguro, non open to meraviglia.

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