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LE PANTOMIME DI UN FESTIVAL SENZA PACE

Zenni 2, il Ritorno. Un nuovo episodio della tormentata saga del Tjf

Come promesso, ho finalmente scritto il commento sul ritorno di Stefano Zenni alla direzione del Tjf: lo trovate sul Corriere di oggi, e anche a questo link. Ve lo consiglio: non perché l'ho scritto io, bensì perché è pieno di siparietti e retroscena pittoreschi. Ma qui, agli affezionati lettori del blog, offro pure un extra bonus per trascorrere in letizia un sabato che si preannuncia uggiosetto: una selezione di post del passato per ripercorrere le tragicomiche vicende del più sfigato, tormentato e sinistrato festival dell'intera storia dei festival torinesi - pur pullulante di sfighe, tormenti e sinistri. Cominciamo con un post (https://gabosutorino.blogspot.com/2018/02/loghi-internazionali-doppi-direttori-e.html) del febbraio 2018 che, oltre a un repertorio comico degno del Bagaglino dei tempi d'oro (vi raccomando la foto in cui Appendino suona il sax e Leon la tromba), offre un'accurata ricostruzione del calvario del Torino Jazz Festival fin dalla nascita nel 2012, aùspici Fassino e il compianto Braccialarghe muniti di cappellucci da jazzmen di New Orleans.

Passiamo quindi alle vicissitudini di Stefano Zenni, musicologo arruolato d'urgenza da Fassino nel 2013 per dirigere il Tjf  dopo il naufragio, nel 2012, della prima edizione affidata a Dario Salvatori, telerockettaro di scuola arboriana e dall'aria melancolica. Zenni non se la cava male, ma è francamente intollerabile la prosopopea comunale che spaccia un dignitoso festival locale per Evento di portata planetaria (https://gabosutorino.blogspot.com/2014/04/il-disertore-una-lettera-sul-jazz.html), e alla lunga pure Zenni ne viene ammorbato fino ad immaginarsi alla guida di una seconda Umbria Jazz (https://gabosutorino.blogspot.com/2016/04/zenni-si-bulla-umbria-jazz-ci-copia.html).

Ma il tempo di Fassino volge al termine, e con esso la breve vita felice di Zenni al Festival. Arriva Appendino: l'acerrima oppositrice del Tjf (quand'ella stava all'opposizione) decide, una volta sullo scranno sindachesco, di aprire il Festival come una scatola di tonno (questa l'avete già sentita, vero?) e dà il via alla straordinaria pantomima che potrete rivivere leggendo con il senno di poi il seguente blocco di post:

https://gabosutorino.blogspot.com/2017/04/i-pomodorini-e-lo-stronzo-gabo-alla.html

https://gabosutorino.blogspot.com/2017/10/narrazioni-jazz-senza-pace-cercano-un.html

https://gabosutorino.blogspot.com/2017/10/zenni-amaro-addio-per-il-jazz-un-cambio.html

https://gabosutorino.blogspot.com/2017/11/chiarabella-e-il-jazz-unesperienza-da.html

Così, dopo tante beghe e tante stronzate, finisce come impone la dura legge del gol: se la squadra non gira è colpa dell'allenatore, e quindi va cambiato. Fuori Stefano Zenni, dentro Giorgio Li Calzi (https://gabosutorino.blogspot.com/2017/11/un-jazz-festival-diverso-li-calzi-ci.html) e se non bastasse aggiungiamo pure Diego Borotti come condirettore.

Il bello è che Li Calzi (e Borotti), al netto dello stravagante metodo di nomina (tipico di quell'epoca, peraltro), riescono pure a fare un decente festival: non una megamanifestazione - per quella non ci sono né soldi né teste - ma una cosa di buon gusto e con un proprio stile (https://gabosutorino.blogspot.com/2018/04/il-tjf-ha-fatto-centro-e-li-calzi-ha.html).

Però Torino non sta mai ferma; scade il mandato di Li Calzi e arriva Zenni 2 il Ritorno (o "la Vendetta", scegliete voi). A volte funziona. A volte un po' meno. Per approfondire, rivolgersi ad Andrea Agnelli.

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