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ASPETTA PRIMAVERA, BANDINI! UN POST SULLA PIGRIZIA, I SUK, FINARDI E ALTRE STORIE

Ebbene sì, sono in vacanza. Beh, proprio vacanza vacanza no, sono in vacanza dal blog, nel senso che in questi giorni ho altro da fare: qualcosina spiacevole, e molte cose piacevolissime. Lo dico anche per i miei amici che quando non mi vedono scrivere sul blog si preoccupano per me. Invece è un buon segno:  la liberazione dalla schiavitù del lavoro non consiste nel fare nulla, ma nel fare sempre e soltanto ciò che si ha voglia di fare, quando se ne ha voglia. Di tale privilegio mi avvalgo. Con giornate così dovrei starmene tappato in casa a scrivere?
Intanto succedono cose: presentano Biennale Democrazia e il Festival Jazz, alla Cavallerizza Finardi fa un concerto memorabile, Fassino bandisce i suk nelle piazze, Vanellone è finalmente assolto, promettono di riaprire i Murazzi... Io, come Bandini, aspetto primavera e la voglia di scrivere sul blog.
Però mi capita di esibirmi altrove. Ad esempio, due righe sulla resipiscenza del Lungo le ho scritte su TorinoSette uscito oggi: se vi interessa, vi linko l'articolo. E poi mi sono dedicato a un incarico davvero piacevole: il mio amico Finardi mi ha fatto l'onore di chiedermi un piccolo racconto del suo concerto di domenica scorsa alla Cavallerizza, da pubblicare sulla sua pagina Fb. Figuratevi se gli dico di no. Il risultato è quel che è, ma ogni scarrafone è bello a mamma sua, e quindi il pezzo che ho mandato a Eugenio lo copio pure qui sotto, con i link ai live della serata che sono riuscito a recuperare su You Tube. Per il resto c'è tempo. Prima o poi mi torna la voglia.

Il concerto perfetto

Finardi e il fido Giuvazza spupazzano le elettriche alla Cavallerizza
La vecchiaia ha anche qualche vantaggio. Per esempio ti senti in diritto di fare ciò che ti va, e solo ciò che ti va. Non devi dimostrare nulla, e nulla devi a nessuno. In base a questo principio, domenica sera avevo in mente di andarmene a casa, dopo aver salutato Eugenio Finardi. Voglio dire, a me Finardi piace, davvero. E quando mi capita di poter ascoltare un suo concerto, in genere è un piacere. Però domenica sera pensavo che non sarebbe stato un piacere, per il semplice motivo che mi ero alzato all’alba, avevo avuto una giornata faticosa, e già a ora di cena le mie reni cantavano il blues. Eugenio era a Torino per suonare in un posto occupato. Però un posto occupato specialissimo: la straordinaria Cavallerizza Reale, un pezzo importante della Torino sabauda, Patrimonio dell’Umanità in grave degrado e al centro di una storiaccia amministrativa che non sto qui a raccontarvi. Ad ogni modo, un gruppo di cittadini l’ha occupata e la tiene aperta in attesa che per quel gioiello architettonico si trovi un destino degno. Domenica scorsa, il primo marzo, hanno invitato Finardi per un concerto. Io sono andato a salutarlo perché gli voglio bene. Però sapete come vanno sti concerti nei posti occupati, che prima delle dieci-dieci e mezza (se va bene…) non si comincia. Così ho detto a Eugenio che mi scusasse, avrei ascoltato un paio di pezzi e me ne sarei tornato a casa. Insomma, Eugenio arriva sul palco con la sua band torinesissima, e parte. Se non sbaglio – noi vecchi abbiamo la memoria di una farfalla - mi fa subito “Nuovo umanesimo” e poi “Come Savonarola”, che sono due canzoni dell’ultimo album e io personalmente le adoro. Vabbé, penso, ne sento ancora una e poi vado. Ma mentre lo penso mi accorgo che sta capitando qualcosa. La band tira come un treno, Giuvazza si scapriccia la chitarra da maestro, Eugenio mi sembra in pallissima.
Voglio dire: un altro vantaggio dell’età è che quando hai sentito mille concerti ti conquisti, a parte un accenno di sordità, pure un sesto senso che ti mette in allerta se sta capitando qualcosa di speciale e non è una serata come tante altre.
Ora, non so spiegare i motivi. Magari è il posto, insolito e affascinante; o magari congiunzioni astrali o il karma della cena; ma insomma arrivano per tutti – tutti quelli che fanno qualcosa di creativo, che sia suonare o scrivere o giocare al calcio – quei momenti così, il concerto – o l’articolo, o la partita – della vita, quando ti accorgi che stai volando.
Così in quel preciso momento, mentre penso di andare a dormire, mi rendo conto che quella sera lì non è proprio la sera giusta per andare a dormire. Perché Finardi e i suoi stanno giocandosi la loro Italia-Germania 4-3. E se me ne vado sono un cretino.
No, non mi dico “ancora una e poi vado”. So con matematica certezza che resterò fino alla fine. Perché quei tizi sul palco sono invasati. Giuro.
Beh, rimango e dimentico la stanchezza. Perché mi becco una “Ehy Joe” che da sola vale la serata. E “Saluteremo il signor padrone” che non ti aspetti. E tutto il resto. Le canzoni nuove e quelle vecchie che stasera sembrano nuovissime, e il blues, e il rock e la musica ribelle e le altre cose per cui vale la pena di ascoltare un concerto fino alla fine, stupendoti di riuscire ancora a stupirti; e ballando come un imbecille sotto il palco.
Non è da me. Ultimamente sono riuscito a non emozionarmi per un cazzo al concerto dei Coldplay, a dormicchiare a quello di Vasco e a giocare con l’iPhone da Lady Gaga. Dopo troppi anni e troppi concerti, hai l’impressione che tutto sia già stato suonato, tutto sia già visto e rivisto, e non ti entusiasmi più. Triste, ma va così.
Beh, domenica sera mi sono entusiasmato ascoltando un concerto. Vi dirò di più: è da lunedì che sto su You Tube a riascoltarmelo.
Mi capita sempre più di rado. Ma quando capita è fantastico. Davvero fantastico.

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