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IL SALONE E LA CRISI MEDIATICA

Martedì il trentunesimo Salone del Libro,primo dell'era post-Fondazione (cavolo, sembra un romanzo di Asimov...), scopre le sue carte. L'attesa è spasmodica, e i giornali l'ingannano rivelando il noto: ovvero che il passivo della liquidanda Fondazione per il Libro è ancora aumentato; e che ben difficilmente i fornitori otterranno il pagamento integrale dei loro crediti.

Prima scoperta: i passivi crescono

La prima notizia è frutto di una operazione matematica: il passivo pregresso era di quasi due milioni e mezzo, frutto della stravagante svalutazione del marchio; della singolare posizione leonina dei proprietari del Lingotto; e dell'indebitamento con le banche causato dal ritardo con cui Regione e Comune pagano i contributi promessi a tutti gli enti culturali (compreso il Salone) costringendo così gli sventurati beneficiari a farsi anticipare il denaro dalle banche. Le quali pretendono in cambio i logici interessi. Questa cosa qui continuo a scriverla da anni, e l'hanno detta e ripetuta anche le vittime del perverso sistema, ma inutilmente: lorisignori continuano a non pagare con decente puntualità, gli enti culturali continuano a indebitarsi, e i giornali a scoprirlo con immane stupure. Mi domando chi saprà infrangere questa catena di duri a capire.
Al vecchio passivo che ha devastato la vecchia Fondazione per il Libro, portandola alla liquidazione, si è nel frattempo aggiunto quello maturato in quest'anno, circa 600 mila euro, generato stavolta non solo dall'indebitamento con le banche ma anche dallo sforzo finanziario per mettere in piedi l'edizione "anti-Milano" del Salone. Un'edizione di grande successo, ma che è costata molto più di quanto abbia incassato tra biglietteria e vendita (sottocosto) degli spazi espositivi.

Seconda scoperta: i creditori non sono tutti uguali

Ma i media lanciano un secondo allarme: scrivono che i fornitori in credito con la liquidanda Fondazione non recupereranno fino all'ultimo centesimo quanto gli spetta. Ma dai? Si "scopre" infatti che il liquidatore dovrà prima incassare i crediti della Fondazione (cioé le somme che Comune e Regione devono ancora versare, e lì andremo a ridere...) e poi pagherà i debiti: a cominciare da quelli verso i creditori privilegiati (ad esempio i dipendenti). Poi toccherà agli altri - nella fattispecie i fornitori - che si spartiranno quello che resta in cassa. Se resta.
Ora: quanto sopra esposto non è frutto di una ennesima e specialissima "crisi" del Salone, bensì di un tenebroso complotto chiamato codice civile, che agli articoli dal 2740 al 2744 fissa appunto quelle precedenze per tutti i casi insolvenza. Immagino che i fornitori ne fossero a conoscenza. Diciamo che è probabile che dovranno rassegnarsi a uno sconto. Succede.
E qui urge ancora una precisazione: i debiti della vecchia Fondazione per il Libro non ammontano a tre milioni di euro. Quello è il deficit, cioé la differenza fra attività e passività. L'ammontare debitorio è maggiore: c'è chi parla di sette milioni, ma non dispongo di dati precisi. Forse nessuno, al momento, ne dispone. I tre milioni rappresentano la parte di debiti che, almeno allo stato attuale dei conti, eccede le attività.

Le vere minacce

Ma ciò che davvero spaventa, riguardo al futuro del Salone, non è l'ammontare del debito, e neppure la possibilità di soddisfare i creditori; spaventa, come al solito, l'ambiguità della politica. Il direttore Nicola Lagioia lo ha capito da tempo, e nel suo discorso di chiusura della trentesima edizione, lo scorso maggio, l'aveva cantata chiara a lorsignori. Forse anche troppo, per i loro gusti. Nicola Lagioia ha il grave difetto di essere un uomo libero e di venire da fuori Torino: quindi nei giochi di potere cittadini ci sta come l'omino rosso nella barzelletta verde.
E invece attorno al futuro del Salone è cominciato l'ennesimo Big Game.
Però questa è un'altra storia, Anzi, è la storia. E merita un post a parte.

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