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AFFONDAZIONE MUSEI 3: CON GUTTUSO LA GAM CE LA PUO' FARE, ANCHE SENZA DONNE NUDE

Nonostante Carolyn: visione panoramica del "boudoir" che nasconde gli unici due nudi della mostra di Guttuso alla Gam
C'è un piccolo segreto, nella mostra di Renato Guttuso inaugurata ieri alla Gam. Se volete vedere le donne nude, dovete andare nel boudoir. 

Donne nude nel boudoir

La direttrice Carolyn Christov Bakargiev ha confinato gli unici due nudi in esposizione - più un terzo dipinto, un piccolo ritratto femminile - in una stanzina laterale, alla fine del percorso. 
Lo stanzino - che Carolyn stessa ha ribattezzato "boudoir" - non è neppure segnalato, e a non saperlo si esce dalla Gam senza averlo visto e quindi un po' perplessi, perché i nudi di Guttuso - quelli "scandalosi" di Marta Marzotto, in particolare - fanno parte dell'immaginario nazionale sul gran pittore comunista tanto osannato in vita quanto trascurato in morte, almeno da quel mercato dell'arte che crea miti e se ne disamora con la rapidità e l'imprevedibilità delle bolle speculative a Wall Street.
La piccola "censura" della direttrice è rimasta sul gozzo al curatore Pier Giovanni Castagnoli, che ieri con soave malizia non ha perso occasione di rimarcarlo; al che la Carolyn, per nulla imbarazzata, ha spiegato che sì, lo ha deciso per un personalissimo sussulto femminista, in opposizione "al patriarcato". Ha detto così, patriarcato.

Un pittore e un partito

La faccenda, per quanto buffa, resterebbe nei limiti dell'anedottica, se non fosse che quella che la Gam dedica a Guttuso a trent'anni dalla morte è una mostra tematica, o meglio "a tema", per non dire "a tesi". Cadendo nel 2018 anche la ricorrenza del mezzo secolo dal Sessantotto - ommadonnamia come passa il tempo... - la Gam ci presenta il Guttuso "impegnato", quello dei grandi quadri "ideologici", il pittore del Pci e dei suoi miti. Con simili premesse, ci sta bene anche il sussulto veterofemminista della Carolyn.
Non starò a dilungarmi con le dotte analisi sul rapporto fra Guttuso e il partito comunista, e il dibattito sull'arte "rivoluzionaria", e altri argomenti molto interessanti, che mi hanno appassionato nel corso della dotta conferenza con la quale la direttrice ha introdotto la mostra. Quando mi sono risvegliato, ho lasciato la sala conferenze della Gam e sono andato a godermi i quadri.

Una bandiera d'occasione

Il curatore Castagnoli davanti a "La battaglia di Ponte dell'Ammiraglio"
Le opere esposte levano il fiato: da sole, valgono il viaggio e il prezzo del biglietto la straordinaria "Solfatara", del '49, e "La battaglia di Ponte dell'Ammiraglio" con Garibaldi e i suoi garibaldini che, bandiera rossa al vento, sgominano i servi della reazione, per l'occasione in divisa borbonica. Non casualmente trattasi della seconda versione del dipinto - quella giustappunto con la bandiera rossa aggiunta con sprezzo dell'anacronismo - destinata alla scuola delle Frattocchie. 
Si prosegue così: non mancano, a onor del vero, paesaggi e autoritratti e nature morte, ma rubano la scena le magniloquenti - e stupende, stupendissime - opere ispirate alla passione civile e politica guttusiana (ciò che una volta si chiamava "militanza"), in un tripudio di "marsigliesi contadine" e "lotte di minatori francesi" e "fucilazioni" e immancabili "Vietnam" fino a culminare in gloria nell'inevitabile e grandioso "I funerali di Togliatti", album di famiglia di quel Pci che fu tanto importante nella Storia del Novecento italiano, prima del crollo del Muro, della svolta della Bolognina, della Seconda Repubblica e dulcis in fundo di D'Alema e di Renzi.
"Funerali di Togliatti", album di famiglia del Pci dipinto nel '72
Alla fine, il visitatore distratto o poco informato potrebbe uscire da questa mostra senza aver capito se Guttuso fosse un uomo libero o un servo di partito. Sospetto, peraltro, che Venditti a suo tempo estese anche a Dante: per cui ci può stare. 

La mostra può funzionare

Ciò che davvero conta, però, è che l'ammirazione scatta automatica, quasi obbligata, davanti a tanti dipinti accomunati dal crisma della straordinarietà. Sommando a ciò il richiamo che ancora oggi esercita sul grande pubblico il nome di Renato Guttuso - un'icona pop se ce ne sono nella pittura italiana del Novecento - mi sbilancio a prevedere che la mostra funzionerà, e riporterà alla Gam visitatori a frotte. O almeno in quantità non deludente.
L'ho detto a Carolyn, e lei ha confermato che lo spera proprio. I numeri non sono il suo interesse primario, mi assicura, però lo spera. E comunque qualche numero me lo snocciola pure lei. 

La scoperta di Carolyn: siamo tornati al 2013

Carolyn è andata a rivedersi l'andamento delle presenze alla Gam in passato, e si è accorta che erano rimaste per anni inchiodate attorno ai 70-80 mila visitatori. Poi la mostra di Renoir inaugurò la stagione dei blockbuster raggiungendo quota 220 mila in quattro mesi a cavallo fra il 2012 e il 2013, e solo allora, mi dice Carolyn, le presenze annue alla Gam schizzarono a 140 mila. Quindi venne Monet e lo sfracello - temo irripetibile - dei 313 mila visitatori a cavallo fra il 2015 e il 2016: così la Gam raggiunse il suo record di 372 mila visitatori nell'intero 2015, con una crescita del 43% rispetto al 2014. Da allora è stata una discesa sempre più precipitevole: 247 mila visitatori nel 2016, con una perdita secca di 125 mila presenze anno su anno, e un'ulteriore perdita di centomila visitatori nel 2017. Ma, mi fa notare Carolyn, l'anno passato "Colori" fra Gam e Rivoli è arrivata a 138 mila: e il risultato totale della Gam nel 2017 (145 mila presenze) in fondo ha soltanto riportato la Galleria d'Arte Moderna ai tempi di Renoir, quando un analogo risultato fu considerato un enorme successo.
Io mi sono trattenuto dall'obiettare che, ragionando così, potremmo anche tornare alla Torino degli Anni Settanta, quando in fondo non si stava malaccio rispetto al tempo di guerra: ok, c'era il terrorismo e la città era tristissima, ma almeno gli americani non ci bombardavano.
Mi sono trattenuto perché sono un gentiluomo e non contraddico le signore; e soprattutto perché Carolyn ha aggiunto un'osservazione assai pragmatica. "Certo, questa non è una mostra milionaria: costa 240 mila euro più 60 mila per la comunicazione. I risultati, come risposta del pubblico, cambiano se fai una mostra da un milione o una da trecentomila euro. Però è una scelta politica", ha concluso Carolyn. Al che io ho fatto la ola.
Già. Le decisioni politiche non le prende Carolyn. Lei fa il fuoco con la legna che ha, e le mostre con i soldi che le danno. L'importante è che funzionino per quel che costano. Guttuso dovrebbe funzionare. Io lo auguro a Carolyn, perché se lo merita e perché la mostra vale quello che costa, e forse un po' di più.
Per le nozze con i fichi secchi ci stiamo attrezzando.

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