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IN CHE MANI...


Non so se si dimetteranno i tre consiglieri comunali legati a doppio filo a Salvatore Gallo. Io toglierei il disturbo, per un minimo di dignità. Ma non si può pretendere. Anche perché, a giudicare da certi exploit della Sala Rossa, direi che prima di affrontare complesse questioni morali s'imporrebbe una seria riflessione su facoltà e competenze basiche di numerosi soggetti che manteniamo su quegli scranni.
Comunque, il dibbbattito ferve nella suburra politica. Non ferve invece nessun dibattito nel CdA della Film Commission, nel quale - stando alle intercettazioni - per nomina del Consiglio regionale siede in veste di consigliere una signora piazzata lì per il semplice motivo di essere la nuora di un tizio al quale i Gallo dovevano ricambiare un favore. Non risulta che al momento la signora in questione consideri l'eventualità di liberare lo strapuntino da consigliera che occupa per meriti di famiglia. Sarebbe opportuno: insegna il saggio che "bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà".

Non scrivo il nome della signora perché la vicenda non ha rilevanza giudiziaria. Ma rilevanza ne ha, eccome, per me, che non ne posso più di vedere i nostri enti culturali più importanti ridotti a terra di conquista per le razzie del sottogoverno bipartizan. Ne ho ragionato sul Corriere di ieri, in un articolo che non è disponibile on line e che pertanto riporto a seguire.

Un paio di logiche conseguenze discendono dall'affettuosa telefonata a Gallo papà di un Gallo figlio giubilante perché “abbiamo nominato” nel CdA di Film Commission (laddove “abbiamo” è riferito al Consiglio regionale dove Gallo figlio sedeva in qualità di capogruppo Pd) nientemeno che “la moglie di...”. La signora, riferiscono i giornali, è la nuora di un noto imprenditore torinese "che fa parte della ragnatela di favori e consenso costruita dai Gallo".
Le logiche conseguenze di cui parlo non riguardano – ci tengo a precisarlo - il valore probatorio dell'intercettazione né la sua eventuale rilevanza nell'ambito delle indagini a carico di papà Gallo per estorsione, peculato e corruzione elettorale.
La prima conseguenza è semplice: se la signora – come risulta dalla telefonata – sta nel CdA di Film Commission non perché competente per quell'incarico, bensì in quanto “moglie di” o “nuora di”, beh, torni a fare la moglie e la nuora e lasci immediatamente una poltrona che non le compete.
Più complesso – e avvilente – è il secondo spunto di riflessione. Abbiamo qui una ennesima, lampante conferma di quanto già sappiamo da tempo immemorabile: in materia di nomine pubbliche, la millantata “trasparenza” - bandi, manifestazioni d'interesse, nomine, call e quant'altro – è una manfrina, una foglia di fico che la politica s'è inventata a beneficio di allocchi e anime belle. Nei fatti, oggi come ieri e come sempre, il potere fa quel che gli garba, ligio alle belluine regole del clan, dell'appartenenza, del “particulare”, dell'interesse di fazione: il ”capo” è colui che distribuisce la ricchezza, i premi, i donativi, le spoglie opime. A beneficiarne non sono i “migliori”, bensì i fedeli. I servi. I complici. I sottomessi. Gli utili idioti. I sodali. Poi, se possibile, se si trova, converrà piazzare nelle posizioni strategiche – quelle che possono produrre consenso, ovvero voti – un sodale competente, perché nell'ambito a lui affidato le cose funzionino, il popolo sia soddisfatto e continui a sostenere il potere.
Ma il potere, oggi, non considera la cultura un ambito strategico. Il potere è ignorante, disprezza la cultura: non è un serbatoio di voti, dunque è inutile. Ne deriva che la cultura è, agli occhi del potere ignorante, una discarica dove tutto è possibile senza gravi danni. Ciò spiega il moltiplicarsi a ogni livello, dai vertici ministeriali alle direzioni museali, degli incompetenti catapultati su poltrone che non meritano e non possono gestire. Succede anche a Torino, città che ha puntato tanto sulla cultura come volano del suo sviluppo, del suo futuro: ma nei fatti, nelle stanze del potere, la gestisce come un bottino di guerra da regalare a portaborse e reggicoda. Ecco il succo della seconda, amara conseguenza di quell'intercettazione. Da decenni Torino e il Piemonte investono sul cinema. Il CdA di Film Commission deve gestire, nel 2024, circa tre milioni di contributi pubblici, di cui 2,4 versati dalla Regione. E adesso apprendiamo da un'intercettazione giudiziaria che per gestire quei soldi il Consiglio regionale nomina (“abbiamo nominato”) una consigliera il cui merito principale (questo si deduce dalla telefonata) è l'essere moglie. Fantastico.

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