Passa ai contenuti principali

CRONACA DI UNA PRIMA QUASI PERFETTA


La notizia più rilevante della serata che ieri al Carignano ha aperto la stagione dello Stabile è che sembrava una vera "prima": tipo che c'era questo e c'era quello, ma c'era pure il sindaco. Ora, direte voi, non è 'sta gran notizia, che ci sia il sindaco di Torino alla prima dello Stabile di Torino. Sbagliato: in realtà era un bel po' che non avvistavo un sindaco di Torino alla prima dello Stabile di Torino. E p
ure da questa circostanza si può valutare la vastità dell'ormai proverbiale Culo di Lo Russo: per la sua personale "prima alla prima" il vispo Stefano ha beccato uno spettacolo che valeva davvero la pena di vedere. Non sono un critico teatrale, quindi il mio parere vale quello di un qualunque spettatore. Ma - detto da spettatore qualunque a spettatori qualunque - fate come il sindaco e cercate di non perdervi "Il crogiuolo" di Arthur Miller che va in scena al Carignano fino al 23 di questo mese. 

Anch'io, come qualunque normale spettatore di normale buon senso, ieri sera sono andato a teatro tremando in cuor mio alla prospettiva di tre ore di mappazza con relativi attacchi di sonno. E dunque è stato un doppio godimento assistere a uno spettacolo emozionante, ben recitato, messo in scena da Filippo Dini con grande mestiere e rispetto non soltanto per il testo - il che di per sé è non è necessariamente una virtù - ma anche, e direi soprattutto, per i diritti dello spettatore. Voglio dire, avete presente le rare volte che a teatro, o al cinema, quando finisce vi alzate con un senso di dispiacere e vorreste continuasse ancora? Ecco, proprio quello.

Certo, la storia aiuta: storia della caccia alle streghe a Salem nell'America puritana del XVII secolo, che Miller scrisse mentre infuriava un'altra caccia alle streghe americana, quella orchestrata negli anni 50 dal bieco senatore McCarthy contro i sospettati di comunismo; e che richiama dolorosamente le infinite cacce alle streghe che sempre l'ignoranza, il pregiudizio, l'intolleranza, il fanatismo, la paura, aizzano in ogni società, anche la nostra, avvalendosi di volta in volta delle tecniche e delle tecnologie del momento. Ieri le inquisizioni, le torture, i tribunali del popolo, le forche; oggi i media, i social, le shit-storm. L'umanità non migliora; al più, perfeziona gli strumenti dell'infamia.

Ok, detta così uno ci nasa le premesse per tre ore angosciose. Invece lo spettacolo ti inchioda alla poltrona senza un attimo di noia: l'intervallo, incredibile dictu, arriva sgradito a interrompere la tensione scenica e neppure le tartine del buffet, unica concessione al rituale della "prima", valgono a placare il mio malumore di spettatore bruscamente distolto dalla storia e ansioso che ricominci. 

Miller gioca su tutti i registri - dalla commedia al legal drama - e Dini lo asseconda con rispetto, senza tentare di infilarci quei superflui "richiami all'attualità" che tanto vellicano l'ego dei registi con il ditino alzato, e che in realtà sono già insite nell'opera, che come ogni opera d'arte è contemporanea per sua natura, oltre che per l'umana coazione a ripetersi nel peggio.

Un mio amico, eccelso uomo di teatro, alla fine commentava che sì, lo spettacolo è bello ma molto mainstream, non c'è ricerca né innovazione. Questo è vero, ed è probabilmente un difetto, per gli uomini di teatro. Ma vi assicuro che, da spettatore qualunque, sono molto grato a Dini (e soprattutto a Miller) per avermi fatto trascorrere tre ore istruttive e appassionanti senza rimpiangere il mio prediletto film western che ieri sera davano in tv.

Spettacolo perfetto, dunque? Ahimè, la perfezione non è di questo mondo. All'ultimo, mentre già mi preparo a spellarmi le mani per i meritati applausi, il giovane Dini (o il vecchio Miller? Non conosco il testo originale, ma sarei stupito se il responsabile fosse l'autore) ha la bella pensata di chiudere la rappresentazione schierando sul palco, sotto la bandiera a stelle e strisce, l'intero cast che inopinatamente comincia a cantare in coro - tutti, compreso il narratore su sedia a rotelle per esigenze di copione - "The house of the rising sun", che francamente ci sta come i cavoli a merenda, e peraltro difetta pure nell'esecuzione. Voglio dire: in cauda venenum, il finalino da recita oratoriale potevano risparmiarselo. Specie dopo uno spettacolo tanto riuscito. Suvvìa, è come avere uno splendido giardino all'italiana e piazzarci in mezzo le statuine dei sette nani.

Morale: tornerò a vedere "Il crogiulo" e avrò cura di filarmela tre minuti prima della fine. Il che, a mio avviso, rientra nei diritti dello spettatore qualunque. Così sarà perfetto (per me).

P.S. E a dirsela tutta, mi è sembrata superflua pure "The End" dei Doors piazzata - per motivi che mi sfuggono - a metà dello spettacolo e cantata da una volonterosa giovane attrice che non è Jim Morrison. 

Commenti

Post popolari in questo blog

L'UCCELLINO, LA MUCCA E LA VOLPE: UNA FAVOLA DAL FRONTE DEL REGIO

Inverno. Freddo. Un uccellino intirizzito precipita a terra e sta morendo congelato quando una mucca gli scarica addosso una caccona enorme e caldissima; l'uccellino, rianimato dal calore, tutto felice comincia a cinguettare; passa una volpe, sente il cinguettìo, estrae l'uccellino dalla cacca e se lo mangia. (La morale della favola è alla fine del post) C'era una volta al Regio Ora vi narrerò la favola del Regio che dimostra quanta verità sia contenuta in questo elegante aforisma. Un anno fa Chiarabella nomina alla sovrintendenza del Regio William Graziosi, fresco convertito alla causa grillina, imponendolo al Consiglio d'indirizzo e premendo sulle fondazioni bancarie: "Io non vi ho mai chiesto niente - dice ( bugia , ma vabbé) - ma questo ve lo chiedo proprio".  Appena installatosi, Graziosi benefica non soltanto i nuovi collaboratori marchigiani, ma anche i fedelissimi interni. Però attenzione, non è vero che oggi al Regio sono tutti co ntro Graz...

CHI TIRA TARDI AL MERCATO DELLE NOMINE

Un'altra settimana è andata, il Museo Egizio è ancora senza il nuovo Cda, e a tirare troppo la corda si rischia il commissariamento. Come scrivevo la settimana scorsa , il Consiglio d'amministrazione uscente è scaduto lo scorso 15 settembre e quello nuovo non può insediarsi perché incompleto: quattro dei cinque soci (Mic, Comune e le due fondazioni) hanno già indicato i propri rappresentanti, ma la Regione no. Mentre il presidente Cirio fa lo splendido in Giappone magnificando le nostre «eccellenze culturali», a Torino la sua maggioranza – lo scontro è tutto interno al centrodestra - s'accapiglia al gran mercato delle poltrone, e non riesce «a trovare una quadra» - parole loro – per dare una governance all'eccellenza culturale del Museo Egizio. Fossero almeno capaci di spartirsi la torta con un minimo di buona creanza. E qui parliamo di incarichi senza compenso: non oso immaginare quando ci sono in ballo stipendi e prebende. Ma l'indegna gazzarra deve finire in fret...

IL VANGELO DI GIULIO

Sono andato alla presentazione torinese del nuovo film di Giulio Base, «Il Vangelo di Giuda», al cinema Massaua, multisala della periferia ovest comodissima da casa mia. Non essendo un cinefilo militante, ero attratto soprattutto da curiosità mondana – vediamo chi c'è e chi non c'è – e non sono rimasto deluso: all'insegna dello «stiamo tutti invitati» la sala era stracolma di soliti noti, con il Museo del Cinema presente in massa a partire dal direttore Chatrian e dal presidente Ghigo (che ha addirittura rinviato la vacanza pasquale in Riviera per non perdersi l'evento); ben rappresentata anche Film Commission, ma non mancavano i duri e puri tipo Piemonte Movie e vari cenacoli cinefili, il manipolo dei giornalisti, l'intellighenzia cittadina (da dov'ero seduto vedevo Patrizia Sandretto, Alessandro Bollo del Museo del Risorgimento, Alessandro Isaia di Fondazione Cultura), il potere economico (onnipresente Giampiero Leo di Fondazione Crt) e politico-amministrativ...