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PIFFETTI ALLO SBARAGLIO: TRE MOSTRE SPRECATE

Cofanetto intarsiato di Pietro Piffetti in mostra alla Reggia di Venaria
Ci sarà di sicuro una strategia, o almeno un senso. Io però stento a capire. Sarò scemo io. Allora qualcuno mi spieghi.
Punto uno. A metà febbraio la Fondazione Accorsi inaugura la mostra "Da Piffetti a Ladatte": una di quelle belle mostre che trovi solo lì, un viaggio nello splendore delle arti decorative del Settecento, dove fra porcellane, bronzi, miniature e biscuit troneggia una manciata di mobili-capolavoro opera dei grandi ebanisti piemontesi, primo fra tutti l'eccelso Pietro Piffetti.
Punto due. Un mese dopo, il 17 marzo, si apre alla Reggia di Venaria la lussureggiante "Genio e maestria", sottotitolo "Mobili ed ebanisti alla corte sabauda fra Settecento e Ottocento", una frenetica alluvione di capolavori messi insieme - tra prestiti di collezionisti privati e reperti delle residenze dei Savoia - da un comitato scientifico d'alto bordo e da un Carlo Callieri invasato dal sacro e bilimico fuoco della perfezione artigiana. E anche lì, Piffetti come se piovesse.
Punto tre. Dopo una settimana, e siamo arrivati al 21 marzo, alla Venaria si apre un'altra mostra imperdibile, quella del progetto fotografico "Genesi" di magno Salgado. Ma intanto a Palazzo Madama presentano - notate: lo stesso giorno alla stessa ora - "Pietro Piffetti tra arte e scienza. Il restauro del Planetario e le meraviglie dell'intarsio". Protagonisti, ça va sans dire, Pietro Piffetti e il suo degno collega Luigi Prinotto. E l'allestimento, precisano da Palazzo Madama, è giustappunto "in concomitanza con la mostra dell'ebanisteria" della Reggia. 

Campioni del mondo di occasioni perdute

Me ne sono accorto, che è in concomitanza con la mostra dell'ebanisteria. Se per quello, la presentazione a Palazzo Madama è ancor più in concomitanza con la presentazione della mostra di Salgado alla Venaria. Non mi pare una furbata, ma può capitare.
Però vorrei che qualcuno mi spiegasse il piano di marketing.
Macchecazzo: in questo momento Torino offre tre, diconsi tre, mostre - di diverso respiro e diversa ambizione, ma tutte e tre eccellenti, tutte e tre complementari - incentrate su un artista piemontese, il Piffetti, che non sarà Michelangelo o Renoir, e tuttavia gode di ampia e meritata fama internazionale, almeno fra gli intenditori.
Non bastasse, sono tre mostre dedicate a un universo, quello delle arti decorative, che comincia a interessare anche il grande pubblico, e che comunque appartiene al codice genetico del Piemonte: l'eccellenza artigiana, l'abilità manuale, la religione del lavoro ben fatto, il rapporto fra arte e bottega e poi fra design e industria, e mettici pure la gloriosa Università dei Minusieri e l'epopea delle boite e il Tino Faussone de "La chiave a stella".
Dico di più: la mostra di Palazzo Madama era inizialmente prevista per l'anno scorso, e lo stesso direttore Curto - dopo averne discusso con il direttore di Venaria Mario Turetta - aveva deciso di rinviarla a questa primavera proprio per unire le forze e le mostre in una superiore armonia. Per "fare sistema", come ripetono a macchinetta  gli scassaminchia.

L'eccellenza dell'assenza

Peccato che gli scassaminchia manco se ne siano accorti, della stravagante circostanza per cui Torino ospita, nello stesso periodo, tre mostre eccellenti dedicate all'eccellenza piemontese dell'ebanisteria e all'eccellenza, sempre piemontese, di Pietro Piffetti e degli altri eccellenti ebanisti della corte sabauda. Fra tante eccellenze spicca l'eccellenza dell'assenza di chi dovrebbe valorizzare le eccellenze.
Una promozione coordinata? Una campagna di marketing comune? Uno sforzo per pubblicizzare insieme le tre mostre? 
L'unica traccia di un volonteroso sforzo unitario la scopro, dopo accurate ricerche, in fondo alla pagina on line della mostra della Venaria: è un pudìco suggerimento che, sotto la voce "visite esterne", ricorda le iniziative di Accorsi e Palazzo Madama. Stop. Ma dico, minimo minimo, un biglietto cumulativo? Una navetta che colleghi le tre sedi espositive? Uno straccio di manifesto, giusto per far capire alla gente che cosa succede? Almeno un depliant condiviso? Macché. Niente. Ciascuno per sé, e si salvi chi può. 
Colpa dei singoli musei? Dei direttori? Beh, certo, potevano anche arrivarci. Ma chi dovrebbe pensarci, per contratto e mandato, chi dovrebbe cogliere, capire ed esaltare le oppurtunità, sono i decisori massimi delle politiche culturali e turistiche del territorio. In parole povere, Regione e Comune. Tra parentesi, sospetto che in Comune manco sappiano che esiste il Museo Accorsi, tranne quando si tratta di incassare i balzelli. 
Ora: non vorrei sembrare più scemo di quello che sono. Capisco anch'io che Piffetti non è Caravaggio, e comunque Caravaggio se lo fanno i milanesi, mica noi ciaparatt. Ma sant'iddio, non devi laurearti in Scienze della Comunicazione per intuire che mediaticamente si vende meglio la narrazione di "Torino capitale della bellezza", "Torino celebra gli splendori dei Savoia", "Torino esalta la perfezione artigiana con tre grandi mostre", e altre balle del genere, piuttosto che andare allo sbaraglio buttando lì, random, le tre mostre in ordine sparso, come viene viene.
Ma scatena l'inferno, accidenti a te! Prendi le tue tre mostre di Piffetti e fanne un caso nazionale, trovati un professionista vero che sappia promuoverle, manda un segnale di attività cerebrale da questa sventurata città. Anziché andare in giro a raccontare minchiate sulle declinanti fortune turistiche di Torino, anziché tentare pateticamente di nascondere la crisi, anziché strologare improbabili kermesse dolciarie e millantare illusorie Olimpiadi facendoci perculare dal mondo intero, sfruttate le opportunità che avete sotto il naso. O almeno accorgeteve, perdìo. Altro che lungimiranti strateghi: sembra di aver a che fare con un branco di torpide marmotte.
L'altro ieri, sul Corriere, mi domandavo chi stia pianificando la promozione turistica di Torino; e se ci sia davvero qualcuno che lo sta facendo.
Continuo a domandarmelo.
Ma comincio a sospettare che la risposta sia un definitivo, categorico NO.

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