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SUPERCAZZOLE E FICHI SECCHI: IL MINISTRO NON SCUCE PER IL REGIO

Arrangiatevi e poi ne riparliamo. Il post di Bonisola
Sono tornati con le pive nel sacco e senza un centesimo in tasca, i nostri volonterosi zuavi partiti all'alba di ieri per la capitale carichi di speranza in un intervento del Bonisola (laddove il termine "intervento" sta per danari sonanti) che rimpannucciasse il malconcio bilancio del Regio.
Poi, liberissimi di raccontersela,  stiamo lavorando, abbiamo ricevuto dal ministro garanzie e rassicurazioni, siamo soddisfatti. Masssì.
Ha provveduto personalmente il ministro Bonisola a chiarire il suo punto di vista tramite un video postato ieri su Facebook subito dopo aver caricato sul treno del ritorno Chiarabella e il sovrintendente della steppa: nel video il ministro dei Beni culturali dice che le fondazioni liriche sono nel suo cuore, e sono "molto alte nella lista delle priorità", e la lirica italiana è un vanto dell'Italia, e "il ministero non farà mancare il suo supporto, ci mancherebbe altro!", e patapìm e patapàm; però, nota acutamente il Bonisola, "la situazione delle fondazioni liriche non è stabile" (sai che scoperta... NdG) e "come ho avuto modo di parlare (sic) durante la spiegazione delle mie linee programmate" si tratta "in poche parole di avere una relativa (solo relativa, per carità, che l'assoluto appartiene al Signore, NdG) sicurezza delle uscite e delle entrate" e "non dover sempre gestire le varie emergenze" ed "è giunto il momento di affrontare la situazione delle fondazioni liriche non solo dal punto di vista dell'emergenza ma della struttura" e quindi servono piani industriali, però "precisi", mi raccomando, non alla cazzo di cane, per capire "se una fondazione lirico sinfonica può avere un futuro di successo, un futuro che garantisca il lavoro delle persone che ci lavorano, ma soprattutto la qualità"; e ha precisato che "questo piano dev'essere credibile nei numeri" (ecco, credibile nei numeri, come tutti i piani in Italia... NdG), "chiaro nella visione strategica" (la strategia, ci vuole una strategia, qualsiasi cosa ciò significhi, NdG), "e deve avere anche una affidabilità nella motivazione" (tipo che abbiano davvero la volontà di fare l'opera lirica, non che prendono la grana e poi organizzano una gara di corsa nel sacco, NdG), e insomma presentate dei piani industriali seri e poi vedrete che tutto si risolverà, e ripatapìm e ripatapàm. 
Traduzione della supercazzola ministeriale: "Arrangiatevi un po' e non tornate a scassare la minchia prima di aver risolto le vostre grane, che io ne ho già abbastanza delle mie". Tutto vero: se pensate che li sto come al solito perculando, guardatevi il video, e dite voi chi percula chi.
Soldi, beninteso, manco se ne parla.
Ciò è deludente almeno sotto due diversi profili.
Intanto dal punto di vista del Regio e di chi ci si guadagna il pane: i nostri volonterosi zuavi erano andati a Roma come si va a Lourdes, un viaggio della speranza per uscire da una situazione disperata e senza soluzioni razionali. Come ho scritto ieri sul Corriere, oggettivamente l'unica alternativa all'obolo ministeriale - almeno straordinario - sarebbero, ahinoi, le "azioni condivise, difficili e coraggiose" minacciate con sbarazzina leggerezza da Maiunagioia: azioni che, nei peggiori incubi dei lavoratori del Regio, si tradurrebbero in tagli dei compensi o dei posti di lavoro.
Ma c'è anche un altro aspetto da considerare: avere intascato una supercazzola anziché danari sonanti fa traballare l'astuta strategia che a mio modestissimo e fallibile avviso ha ispirato la nomina di William Graziosi alla sovrintendenza.
Mi spiego. Graziosi non ha dalla sua un curriculum di grandi successi in grandi teatri, a Torino nessuno lo conosceva (neppure Chiarabella, ritengo), e quindi appare evidente che non è stato scelto per chiara fama e accertate straordinarie capacità. Egli stesso ha dichiarato che la sua nomina è conseguenza di una "segnalazione" di Giancarlo Del Monaco, mancato sovrintendente e, particolare non secondario, grande amico di Beppe Grillo e suo fiduciario per quel che riguarda il mondo della lirica italiana.
Sul piano della realpolitik la mossa ha un senso: piazzare sulla poltrona più alta del teatro un uomo evidentemente gradito agli alti vertici del partito significa - secondo logica - farsi dei meriti agli occhi del potere. Una carta che può tornare buona in situazioni disperate, come appunto è disperata oggi la situazione del Regio: vuoi che il governo - si saran detti i nostri strateghi - non allarghi i cordoni della borsa per togliere dalla merda un teatro affidato a persona gradita e governato da una giunta dello stesso colore? Insomma, la nomina di Graziosi era una sorta di assicurazione contro i tempi duri. Siamo pratici: in certi matrimoni pesa anche la dote che porta la sposa.
E invece niente. Non soltanto il Fus ci ha castagnati tagliandoci una bella milionaesettecentomila; ma quando i nostri volonterosi zuavi sono partiti per Roma sperando di incassare la dote, se sono tornati con la coda tra le gambe e i fichi secchi in tasca.
Adesso sono tutti e soltanto cazzi nostri. Per salvare i conti del Regio mancano quasi cinque milioni, dicono taluni; forse quattro, dicono altri. Ma che siano cinque, quattro, o anche meno, sempre milioni di euro sono: non milioni di rassicurazioni, garanzie e vaghe promesse di aiuti concreti solo se e quando ci saremo aiutati da soli e dunque non avremo più bisogno di aiuti. 
Secondo me il ministro ha pure ragione: il suo è un vasto e ambizioso programma, giustissimo in prospettiva. Purtroppo il Regio, per come è messo, oggi non ha prospettive.
Se non lacrime e sangue e - dio ci scampi - il commissariamento.

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