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TOLKIEN SENZA MINISTRI


La famigerata mostra di Tolkien, frutto prediletto della breve parentesi ministeriale del Sangiu, è approdata ieri alla Reggia di Venaria reduce dai successi di Roma e Napoli. Io vado tutto trullero alla presentazione, allettato dalla prospettiva di contemplare dal vivo le fattezze del Giuli, che era fervidamente atteso in città per il lieto evento. Amara delusione: Giuli non c'è a causa di un'improvvisa "indisposizione", come si prodigano a spiegare l'onnipresente Turetta e il presidente del Consorzio delle Residenze Sabaude Briamonte: fosse mai che qualche malpensante ipotizzi una certa qual renitenza del neoministro a contaminarsi con l'opera del suo sfortunato predecessore. 

Nel novero dei barbapapà radunati alla Venaria brilla per la sua assenza pure l'assessora regionale alla Cultura Marina Chiarelli, che ha mandato a rappresentarla una sua dirigente. Assenza in teoria curiosa, essendo la Regione "socio di maggoranza" alla Reggia: ma in pratica di routine, dato che capita raramente di avvistare l'assessora regionale alla Cultura alle presentazioni degli eventi culturali. 

Pazienza, me ne faccio una ragione e mi godo il fluente eloquio del presidente Briamonte. Dovete sapere che Briamonte, quando parlando cita qualcuno, lo fa attribuendogli costantemente il relativo titolo accademico o onorifico, e senza troncamento: quindi il protagonista della mostra è "il professore Tolkien", l'organizzatore "il commendatore Nicosia", il curatore "il dottore Celli". Giuli, invece, nel dire di Briamonte è sempre e soltanto "il Signor Ministro". Non "ministro" e basta: "Signor Ministro", e si sentono le maiuscole. Bello, fa tanto telegiornale Rai anni Cinquanta. 

Della prolusione briamontesca apprezzo anche il passaggio in cui, riferendosi alle sala della mostra che esibisce novecento edizioni tolkeniane nelle più varie favelle del mondo, il presidente ci notifica che "alcune di queste edizioni avrò il piacere di leggerle nelle lingue che frequento". Orgoglio di poliglotta o sbarazzina citazione di un'epic fail?

Quanto alla mostra senza più ministri - e dunque liberata dalle ammorbanti ciance politicanti - che dire? Di sicuro piacerà ai tolkieniani, che sono legione, e più in generale ai nerd d'ogni età: alcune sale - un tripudio di action figures, manifesti, flipper della Terra di Mezzo e altri memorabilia - più che sale di un'esposizione paiono il set di "Big Bang Theory".

A tutti gli altri non so, dipende. Dipende, per come la vedo io, soprattutto dal rapporto che uno ha con "Il Signore degli Anelli". Se lo ha letto, se ha visto i film, se gli sono piaciuti. Ovvio che non te ne frega nulla di una mostra che ti parla di un autore che non conosci, che ti è indifferente, o peggio che non ami.

Per dire: io non stravedo per Tolkien. Non ho letto "Il Signore degli Anelli" da ragazzo, quand'era un culto generazionale curosamente condiviso dagli hippies e da quelli di destra. Vorrei poter dire che non volevo mischiarmi a quelle due pessime schiere, ma la verità è che proprio non mi interessava quel libro: preferivo "Linus" e "Il giovane Holden" e soprattutto "Moby Dick". Ecco, facessero una mostra su Melville mi metterei in fila dal giorno prima. Tolkien, invece, non mi ha mai preso: l'ho poi letto da grande, mi è piaciuto senza entusiasmi, l'ho trovato un libro importante, ben scritto, ben costruito, che va letto, ma sull'isola deserta mi porterei, per l'appunto, "Moby Dick". O "Guerra e Pace". Senza nulla togliere a Tolkien, che in fondo il Nobel se lo sarebbe pure meritato: come d'altronde Cechov, Zola, Tolstoj, Conrad, Proust, Joyce, Borges e tanti altri trascurati. Diciamo che è in buona compagnia.

E a tal proposito ho molto apprezzato la sala dedicata alle traversie editoriali del "Signore degli Anelli" in Italia: la Mondadori, alla quale era stato proposto, lo rifiutò, forte anche della bocciatura senza appello del consulente Elio Vittorini, grande scrittore con un tocco fatato per cassare futuri best-seller: poco dopo, passato in Einaudi, respinse al mittente pure "Il Gattopardo". 

Ma la sala che mi ha davvero entusiasmato è la penultima, dedicata alle influenza di Tolkien sulla cultura pop: lì un megaschermo sovrastato dalla scritta "La voce del Re" mi rimanda l'immagine - a inquetante grandezza naturale - di Pino Insegno (nel film doppiatore di Aragorn) che legge in loop pagine del "Signore degli Anelli". Top di gamma. 

Comunque io esprimo la massima stima per Tolkien ma intanto attendo con impazienza a fine ottobre la mostra di William Blake, un altro immenso creatore di mondi e mitologie; mostra che dopo Constable e Turner chiuderà in gloria la triologia dei Grandi Inglesi. Quelle sono le mostre che fanno splendere la Reggia, pur se altre fanno splendere i botteghini. La neodirettrice della Reggia, Chiara Teolato, ieri ha dichiarato in conferenza stampa di voler "realizzare eventi che possano attrarre pubblici diversi". Capisco (e pragmaticamente condivido) l'esigenza: ma cerchiamo di non disneylandizzare troppo i nostri musei.


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