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TANTI CAPI, NESSUN CAPO: L'ALLEGRO SALONE DI MASSIMO BRAY

Ambrogio Lorenzetti, "Allegoria del cattivo governo"
Scusatemi, so che l'argomento vi esce ormai dalle orecchie. Ma vorrei tornare con calma sulla macchinosa e stravagante trovata del non-ancora-presidente Bray (o di chi per esso) di rinunciare a un direttore unico del futuro Salone del Libro, e di creare ex novo una struttura complessa con una serie di “direttorini” - o responsabili di area, o petali della margherita per dirla alla Chiampa – capitanati da un coordinatore, o “caporedattore”, o capo dei capi, o Napo Orso Capo, o come diavolo vorranno altrimenti chiamarlo.
Qualcuno parla di "direttorio": un termine assai di moda, oggi, con gli esiti a tutti ben noti.

Verso il ministero


Il progetto è macchinoso e stravagante, dicevo.
Macchinoso perché appesantirà il processo decisionale: il Salone del futuro assume sempre più i contorni del ministero. Il responsabile di area dovrà confrontarsi con gli altri capi e con il capo dei capi; poi bisognerà sentire che cosa ne pensa il Mibact, che cosa ha da dire il Miur; e vuoi che Intesa non ci voglia mettere il peperone, dato che paga? E gli editori? E gli enti locali? Ma figurarsi. Ogni decisione sarà molto partecipata, non ne dubito. Anche comperare la carta igienica diventerà una questione di democratica trasparenza.
Ma va bene così. Ciò che mi preoccupa è la stravaganza.

Una struttura che funziona(va)


Il progetto è stravagante perché chi lo ha concepito non ha la pur minima idea di come il Salone abbia funzionato finora, sotto l'aspetto operativo. Riassumo quindi ad usum Bray.
C'era un presidente della Fondazione per il Libro: Rolando Picchioni. Signore assoluto (anche troppo), timoniere dalla politica del Salone, con responsabilità anche gestionali e amministrative. Non esisterà più, con il nuovo Statuto: le responsabilità di quel ruolo saranno spartite fra il presidente e il segretario generale. Un sistema che il Salone ha già conosciuto in passato: poi le due figure vennero unificate. Ora si torna all'antico.
Al fianco del presidente c'era un direttore, unico e riconosciuto: Ernesto Ferrero. Autorevole e rispettato. Teneva i rapporti con gli editori e gli autori; dettava le linee guida della manifestazione; curava gli incontri più importanti; insomma, dava la propria impronta al Salone del Libro. Poi c'erano (e ancora ci sono, ma uso il passato a scopo preventivo) i diversi settori, o aree, e per ciascuno di essi c'era (e c'è tuttora, fino a nuove e magnifiche ristrutturazioni), un responsabile. Uno che se ne occupa, per dirla semplice. Marco Pautasso, il motore, materialmente costruisce il palinsesto e l'intero Salone Off; Maria Giulia Brizio e Daniela Icardi curano la scuola, i giovani, Bookstock, insomma la parte che oggi si chiama “educational”; a Giuseppe Culicchia è affidata “Officina”, il programma per gli editori indipendenti – perché c'è già, il famoso "programma per gli editori indipendenti", anche se i nuovi genii sembrano ignorarlo, forse perché non hanno avuto il tempo di leggersi un qualsiasi programma del Salone.
Potrei continuare, ma non voglio tediare i lettori che, al contrario di Bray, queste cose già le sanno: e comunque, se vi interessa approfondire, andate a leggere l'organigramma riportato nel sito.

Stessi strapuntini, nuovi culi


Non è stata quella struttura a causare la crisi e il crollo del “vecchio” Salone. E' stata messa duramente in crisi da un anno di sconnessa presidenza Milella; però ha retto, e ha portato a casa anche in questo 2016 un'edizione all'onor del mondo.
La rovina del Salone è invece il frutto perverso delle ingerenze e delle inadempienze della politica; di una successione al vertice malata, autolesionista e devastante; di maneggi economici e patti scellerati con Gl
Le cause del tracollo sono molte, i responsabili tanti e bene individuabili. Ma tra i responsabili non c'è di sicuro la struttura; alla quale va il merito di aver continuato a lavorare seriamente pur in tempi calamitosi.
E adesso arriva questo ex ministro che siede al vertice del carrozzone Treccani, e che a quanto si evince dalle sue prime mosse nulla sa del Salone e degli uomini e delle donne che lo hanno fatto vivere nonostante tutto e tutti. E pontifica, affermando in sostanza che bisogna cambiare proprio l'unica cosa che funziona: la struttura.
Cambiare come? Alla Gattopardo, ovviamente: cambiare tutto perché tutto resti come prima, salvo i culi di chi siede su poltrone e strapuntini. E' la famosa formula Italia: stessi strapuntini, nuovi culi. Culi amici.

Come nasce una congiura di palazzo


Goya, "Il sonno della ragione genera mostri"
Diciamocelo: la struttura direzionale del Salone secondo Bray in concreto è quella di prima, con un direttore e dei responsabili di area. E viene gabellata come innovativa, limitandosi a mutare l'etichetta. Con un duplice vantaggio: intanto, è più facile sistemare i nuovi culi; e fin qui non sarebbe una tragedia. Se siete convinti che nuovo è sempre bello e vecchio è sempre brutto, va benissimo. Nuove facce (e nuovi culi) garantiranno crescenti fortune: è matematico, no? Con un corollario: poiché molti degli attuali "responsabili d'area" del Salone sono assunti a tempo indeterminato, si tratterà o di mantenerli nel ruolo (e allora nulla cambia) oppure di piazzargli sopra un capetto, che dovrà essere a sua volta stipendiato: ottenendo così il virtuoso risultato di duplicare il costo e moltiplicare i rancori.
Ma la genialata della "direzione collegiale" ha l'incommensurabile pregio di appagare democristianamente le aspettative non di uno (colui che verrebbe nominato direttore) ma di molti (i “responsabili di area”). E poi oggi fa figo, parlare di direzione collegiale: dà un profumo di democrazia, partecipazione, responsabilità diffusa, che tanto piace alla gggente.
Purtroppo, però, un Salone del Libro non è una repubblica democratica. Non funziona così. Non funziona così nemmeno nei giornali, alla cui struttura Bray sembra ispirarsi. Nei giornali, certo, c'è una catena di comando, come in ogni struttura complessa: ci sono i redattori e i capiservizio e i capiredattori, c'è il confronto delle idee eccetera eccetera. Ma attenzione: alla fine c'è un direttore che decide. E la sua parola è legge.
Se al Salone si rinuncia ad affermare anche formalmente l'unicità della direzione, ciascuno dei “responsabili di area” sarà portato a considerarsi in cuor suo un “direttorino”, pronto a lottare per prevalere sugli altri, e magari anche sull'inane coordinatore. La rinuncia al direttore unico, sostituito dall'ambigua figura del “coordinatore”, consente opacità ed equivoci, lascia spazio alle ambizioni e ai rodimenti personali, autorizza insubordinazioni e contrasti interni. Insomma, è il brodo di coltura dell'anarchia e delle congiure di palazzo.

Fughe di notizie e lotte nel fango


Già ci siamo, alle congiure di palazzo. Certe fughe di notizie, ad esempio, sono proprio quello che sembrano: manovre per bruciare questo o quel concorrente. Stiamo andando verso la meta predestinata degli stolti. La prolungata inazione, lo stiracchiamento delle decisioni, le ambiguità di questi mesi, le parole vuote e le azioni insensate hanno scatenato la Bestia dell'Apocalisse.
Fu così, si parva licet, che l'Impero Romano si sfasciò: con la moltiplicazione degli Augusti e dei Cesari che si scontravano in battaglia, mentre i barbari facevano il comodo loro.
Segnatevelo, a futura memoria: quando si lotta nel fango non prevalgono i migliori, ma i più furbi. E certo, la furbizia in questo paese è una virtù. Ma non salva i Saloni.

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