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AXTO A OGNI MINCHIATA (RELOADED)

Come previsto: da qualche giorno Facebook è un tripudio di appelli al voto, ora garbati, ora supplichevoli, delle associazioni che - bisogna pur lavorare... - partecipano allo stravagante bando comunale di AxTo.
Il famoso bando - che "si legge Aperto", ci spiegano dubbiosi della nostra intelligenza - sollecita "le cittadine e i cittadini" a decidere, con la competenza di un click, quali, fra i progetti culturali proposti dalle associazioni, devono essere promossi e di conseguenza finanziati.
La faccenda mi è sembrata fin da subito un'immane stronzata, e l'ho scritto sul Corriere della Sera di martedì scorso. Però oggi sono davvero esasperato: è irritante leggere su Fb quei post acchiappavoti pubblicati da associazioni serie, professionali, con una storia importante alle spalle, e che adesso si vedono costrette a mendicare consensi sul web come l'ultimo dei tronisti in cerca di like.
Un articolo non cambia il naturale fluire delle minchiate nel mondo. Però chiamare le minchiate col loro nome ha un benefico effetto calmante sui miei nervi. Quindi ho deciso di pubblicare anche qui sul blog un commento sulla minchiata in questione. E' più o meno lo stesso uscito sul Corriere: l'ho modificato qua e là perché non riesco a rileggere un mio articolo senza sentirmi insoddisfatto e senza cambiare qualcosa. Tanto più quando mi monta la carogna. E 'sta storia farebbe montare la carogna a un santo.

Torino non è Sanremo

Sul sito municipale torino.liquidfeedback.net potete votare i progetti culturali e sociali delle associazioni che ambiscono ai finanziamenti di AxTo, le "azioni per le periferie" volute dal Comune e pagate con soldi dello Stato. Dopo il "voto popolare" i progetti saranno esaminati da una commissione tecnica che sceglierà i vincitori.
Il voto dei "cittadini e cittadine" avrà il suo peso. Tornano alla mente significativi precedenti. Però per scegliere tra Gesù e Barabba non servivano particolari competenze tecniche. Meno, comunque, di quelle necessarie per stabilire a priori il valore di una data mostra o di un certo spettacolo.
La campagna elettorale per un pugno di euro s'è subito scaldata. Su Facebook è un brulichìo d'appelli dei candidati al contributo. Vota per me! No, vota per me! Il mio progetto è il massimo, votalo e fallo votare!
Aggiungete che il meccanismo di accesso al voto on line è alquanto complicato - almeno per noi che non siamo nativi digitali - e al momento di registrarsi per il voto ti chiedono pure di lasciargli il tuo numero di cellulare. E si premurano di avvisarti che "la Città di Torino si riserva il diritto all'utilizzo dei dati di registrazione per informare l'utente a riguardo di eventuali iniziative connesse con il portale".
Col cazzo che vi lascio il mio numero di cellulare. Non so chi siano i messeri che gestiscono l'ambaradan: ma di certo non rientrano nelle tipologie umane ("parenti", "amici", "fidanzate", "colleghi", "fornitori", "contatti di lavoro") dalle quali sono disposto a ricevere telefonate.
L'altra notte - a mezzo Facebook, va da sè - ho discusso della stravagante procedura assembleare con il garbato assessore alle Periferie Marco Giusta.
Giusta difende la trovata, e cita gli esempi "di Millo in Barriera di Milano, delle due 'porte ad arte' realizzate da Fondazione Contrada, soprintendenza e altri che hanno tutte visto un ruolo attivo di una giuria di cittadine e cittadini". L'esplicativo Giusta aggiunge: "La parte che coinvolge i cittadini serve per valutare l'impatto a livello territoriale delle coesioni e forze delle reti di chi ha presentato i progetti e sì, anche di conoscere le preferenze della città". Laddove per "città" si intendono gli utenti registrati e votanti sul sito in questione. Al momento sono circa 3700.
E apprezzate il capolavoro semantico della frase "valutare l'impatto a livello territoriale delle coesioni e forze delle reti di chi ha presentato i progetti" che, in lingua pedestre, mi suona all'incirca come "vediamo chi ha il serbatoio di voti più grosso". 
Però questo è un mio pensiero malizioso perché, mi spiega Giusta, "NON è MAI la parte politica a scegliere i vincitori di un bando, ma quella tecnica". Le maiuscole sono di Giusta. Perfetto. Non sono i politici corrotti e familisti che foraggiano gli amichetti della parrocchietta, bensì una - immagino esperta e indipendentissima - commissione tecnica che premia i migliori. Beninteso tenendo conto del voto popolare. Ci mancherebbe che non tenessero conto del prezioso, competente e ponderato voto popolare.
C'è festival e festival. La giuria degli esperti di Sanremo 2018. A Torino,
con sabaudo understatement, ci affidiamo a cinque dipendenti comunali
Nulla mi vieta di sospettare che alla fine dei giochi lorsignori faranno i comodi loro per interposta commissione. Commissione esperta e indipendentissima, e come no! Formata, a norma di bando, da "cinque dirigenti e/o funzionari della Città". Cioè cinque dipendenti comunali. Stocazzo dell'indipendenza. Chissà chi è che comanda e fa il bello e cattivo tempo a Palazzo Civico? Io ero convinto che fossero i politici, ma Giusta mi garantisce che "NON è MAI la parte politica a scegliere": e chi sono io per dubitare della parola di un assessore?
Voglio quindi sforzarmi di credere che il voto popolare conti e che la libera commissione decida liberamente. Ma sulla base di quali visioni, di quali indirizzi culturali, voterà il pubblico e deciderà la commissione? Chi stabilisce gli obiettivi, le strategie da cui dipende l'adozione di questo o quel progetto?
In una democrazia rappresentativa lo fanno i rappresentanti eletti, assumendosi la responsabilità politica e morale delle loro decisioni. 
Già. Noi, i rappresentati, paghiamo questi quattro miracolati per decidere. Decidere nel nostro interesse e farsi carico delle conseguenze. Proprio ciò che essi oggi rifiutano di fare.
La ciurma dei nostri riottosi rappresentanti/dipendenti non rinuncia a comandare, questo giammai. Ma senza rischiare; i furbastri si nascondono dietro la foglia di fico del "voto popolare" e scaricano il fardello sui "cittadini". Compresi quei cittadini che per giudicare e decidere non hanno, né sono tenuti ad avere, altro titolo se non la capacità di andare su un sito e sanzionare con un click il valore di progetti complessi ideati da operatori professionisti. Fosse un concorso per dilettanti, allora ci potrebbe anche stare: giurati dilettanti per concorrenti dilettanti. Ma qui no: qui si impone il tribunale del popolo a gente seria che lavora, investe, progetta, si sbatte da anni e anni, e si mantiene, e mantiene la famiglia, con quello che non è un hobby bensì un mestiere, dignitoso come tutti i mestieri. E avrebbe quindi il sacrosanto diritto di venire valutata da giudici competenti e informati dei fatti. Invece è costretta per pure esigenze di demagogia della mutua a sottoporsi al giudizio ad minchiam del primo che passa, e che magari - com'è sua piena e legittima facoltà - non ha mai messo piede in un teatro o ha come modello artistico di riferimento le opere di Teomondo Scrofalo.
E' l'ennesimo trionfo del "che ci vuole? Anch'io posso pilotare un Jumbo". Aspetto con impazienza che qualcuno di lorsignori indìca una consultazione popolare per stabilire se deve o non deve operarsi di emorroidi. E spero che, per coerenza, demandi al popolo anche la scelta del chirurgo. Io mi candido: sono un mago nell'affettare il prosciutto.
Comunque l'assessore Giusta si affretta a spiegarmi che sì, il popolo decide, ma senza esagerare: "Accanto al voto della commissione tecnica che vale 2/3 c'è anche il voto della "giuria popolare" che vale 1/3. Per Sanremo va bene e per Torino no?". Il paragone, spero, vuole essere ironico. E invece mi illumina. Quelle parole dissolvono d'incanto la mia cupa visione di una canea di sanculotti bercianti, inebriati dal potere di decretare il successo o il fallimento di chi più odiano, di quelli che ne sanno più di loro.
No, non è la Rivoluzione francese. E' il Festival di Sanremo, con i suoi televotanti che mandano il messaggino per far vincere Ermal Meta anziché Annalisa. Fantastico. Peccato che l'acuta intelligenza di lorsignori non sia arrivata a concepire il voto a pagamento, come a Sanremo: così rabastavano pure quattro soldi.
Per Sanremo va bene e per Torino no? Ma certo, caro assessore. Quello che va bene per Sanremo va bene anche per Torino. Che differenza c'è? E' tutto un festival: "Un pubblico che manda 'Io tu e le rose' in finale e una commissione che seleziona 'La rivoluzione'. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno".
Quarantun'anni dopo, le idee restano da chiarire.

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