Sia chiaro: dal profondo della mia ignoranza cinematografica non mi permetto di giudicare l'opera di un regista affermato, nonché direttore del Tff. Da volgare spettatore contemporaneo confesso la difficoltà di metabolizzare un film praticamente muto (e di conseguenza recitato con enfasi gestuale alla Francesca Bertini), verbalmente sottotitolato dalla giancarlogianniniana voce del Giuda narrante: un verboso stream of consciousness dal quale solo per brevi momenti emergono, sussurrati ora da questo ora da quel personaggio, brandelli di frasi in una lingua occulta, che potrebbe essere l'antico aramaico ma anche – a giudicare dall'intonazione arcana – il serpentese di Harry Potter oppure il campionamento del «sono tuo padre» di Darth Vader. D'altronde – sempre parlando da spettatore incolto - abbondano nell'opera basiana le citazioni di culto, a partire dal personaggio di Giuda perennemente nascosto sotto un nero mantello: il rimando ai potteriani Dissennatori è lampante, pur non escludendo – per via della camminata furtiva – un riferimento a Gatto Silvestro. Giuda veste in nero, forse un omaggio al cappello nero dei cattivi nel western classico; e ne consegue – il cappello bianco dei buoni... - che Cristo, con la sua perenne espressione da santino, se ne vada in giro acchittato in un ampio e candido abito da sposa, quando non prende il bagno o sta sulla croce coperto soltanto da un ardito perizoma (vedi foto). A proposito di bagni e relative feste sulla spiaggia, mi hanno deliziato le scene love & peace con gli apostoli e le pie donne discinte che si godono la loro personale Woodstock (c'è pure l'apostolo-Jimi Hendrix munito, anziché di Fender Stratocaster, di un altrettanto anacronistico liuto): la mente corre a «Jesus Christ Superstar», e scusate se è poco. Va però detto che nel film di Jewison gli apostoli erano tutti fighissimi, mentre quelli di Base sono perlopiù ammalorati nel fisico e/o nella mente, immagino per avvalorare la tesi della discesa del Paraclito ad illuminarli, sennò poi come facevano a girare il mondo e a scrivere pure un paio di Vangeli? E qui mi fermo, sul limitare dell'alta teologia. Altrimenti dovrei infliggevi (e infliggermi) una disquisizione su un apocrifo gnostico riscoperto di recente, al quale il film si rifà, e non mi pare il caso: chi fosse interessato, può approfondire su Wikipedia.
Quanto a me, da convinto discepolo di Peckinpah, ho trattenuto a stento l'applauso davanti alla scena dei pargoli innocenti che - prima di andare a Lui, sinite parvulos venire ad me - bruciano un ragno, geniale citazione dell'inizio del «Mucchio Selvaggio»: gran colpo creativo impreziosito dalla scelta dare alle fiamme una tarantola anziché lo scorpione dell'originale, onde segnare un'orgogliosa presa di distanza dal Maestro americano pur senza abbandonarne la poetica aracnide.

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