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BEATRICE MERZ: DOPO RIVOLI, IL "DOPO" DI BOLTANSKI


Beatrice Merz, la mia guida in mostra
Ne parlo con notevole ritardo, ma pazienza. Nessuno mi corre dietro. Quindi, a una settimana dalla mia visita, vi raccomando di andare alla Fondazione Merz per vedere la mostra "Dopo" di Christian Boltanski. E' davvero sorprendente. Io sono rimasto affascinato.

La fusione e i dubbi di Beatrice

Mentre ero lì ho incontrato Beatrice Merz, la direttrice uscente del Castello di Rivoli. Mi è sembrata d'ottimo umore e senza alcun rimpianto. Credo si diverta molto di più a occuparsi della Fondazione intitolata a suo padre. Però abbiamo scambiato quattro chiacchiere sulla famosa fusione tra Rivoli e la Gam. Mi è parso di capire che Beatrice, da osservatrice ormai fuori dai giochi, continui a vederci molte difficoltà; sul piano organizzativo, e anche dei contenuti. Ma sono preoccupazioni che appartengono al passato di Beatrice Merz. Il presente è la Fondazione, e questa mostra che, ripeto, è imperdibile.
I teli dell'installazione di Boltanski alla Fondazione

La mostra spiegata

 Non essendo un critico d'arte, vi copio le note che appaiono sul sito: "Dopo" si sviluppa nell’intero spazio della Fondazione ed è concepita come un’istallazione totale, un unico racconto corale capace di parlare alla memoria collettiva ed individuale, inanellare passato e presente, sollecitare promesse disattese, ricongiungere la Storia alla vita di ciascuno. La storia e il tempo di svolgimento della vita umana costituiscono la materia del lavoro di Boltanski, la vulnerabilità è la sua forza e la riflessione sull’assenza è il suo modo per dire la passione per il reale. Per questo Boltanski costruisce archivi, muove ombre nello spazio, riporta alla superficie ricordi dimenticati attraverso volti e occhi di sconosciuti che affiorano da fotografie recuperate, fa risuonare il battito del cuore all’unisono con i ritmi della storia, costruisce scenari di abiti per non disperdere i racconti dei singoli, indaga il caso, sfida con ironia la caducità delle cose e propone l’arte della durata.
L'ultima sala: facciamocene una ragione, finisce così per tutti
In parole semplici, lo spazio della Fondazione è occupato da enormi teli semitrasparenti, sui quali sono stampate le foto di persone sconosciute, probabilmente morte. I teli si muovono e ondeggiano, e il risultato è molto suggestivo. Qualcosa tipo la vita e la morte e i destini... Per l'appunto, i destini: nel seminterrato c'è l'installazione finale, una sala piena di scatoloni ricoperti da teli bianchi, e sulla parete la scritta al neon "DOPO". Ciò che resta di noi quando non ci siamo più: memorie e cose senza più significato. Sì, insomma, un po' deprime, ma tanto vale prenderne atto: finisce così.

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