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GESU', FATE LUCE! UN POST SULLA SFIGA E SULL'UMANA PIETA'

Lo ammetto. Ridevo. 
Lo so, lo so. E' impietoso. E' crudele. Ma la crudeltà è l'essenza del comico. E la scena, ieri sera in via Di Nanni, era comica. Da manuale della comicità. 
Poi è successo qualcosa. Tornato a casa, anziché scrivere subito il racconto della più tormentata, comica, e crudele inaugurazione di Luci d'Artista che la storia di Torino ricordi, ho acceso la tivù e mi sono guardato "Il secondo tragico Fantozzi".
Ho fatto bene. Mi ha aperto la mente, mi ha mostrato un'altra verità.
Ridevo, in via Di Nanni, perché sembrava un film di Fantozzi.
Le tre fasi della sfiga. 1) Salta il collegamento con il TgRegione
e Francesca si sforza di sorridere mentre la Burbatti è desolata
Figuratevi i bambini - delusi perché non c'è Chiarabella ma eccitati perché c'è la tivù - che assediano il palchetto sotto l'opera di Valerio Berruti in attesa d'accensione; e la folla allegra tutt'attorno; e l'aria di festa, la presidente della Circoscrizione che proclama la gioia del borgo San Paolo per la sua Luce d'Artista, l'assessore Leon trillante e giuliva.
Arriva la Federica Burbatti del Tg del Piemonte, munita di microfono e operatore video; e il pubblico freme, aspettando il collegamento con il telegiornale delle 19,30 che mostrerà in diretta l'accensione della Luce di Valerio Berruti in via Di Nanni. Sono le 19,40, è il momento, dallo studio chiamano la Burbatti, vai, tocca a te. Ma non succede niente. Il collegamento non parte, c'è un problema, i tecnici s'arrabattano senza cavare un ragno dal buco, no, niente, il ponte è saltato, il collegamento non si fa.
2) Oddiommio, non si accende! Francesca Leon si costerna,
Valerio Berruti pensa "Fortuna che non siamo in diretta tv..."
Oddio la sfiga. I bambini non perdono l'entusiasmo e cantano in coro Occidentali's Karma, per loro è comunque una sera speciale. I grandi invece masticano amaro, non cantano, la Burbatti è giustamente incazzata come un puma col mal di denti, la Leon resta lì col cerino e il microfono in mano ma si sforza di non dismettere l'aria festevole ed esclama "vabbè, le Luci le accendiamo senza la tivù!".
Silenzio. Nasi all'insù. 
Niente.
Buio.
Le Luci non si accendono. 
Si sono fatte le otto. Già da una decina di minuti, alle 19,51, sulla pagina Fb di "Luci d'artista" è apparso un post lievemente ottimista: "ACCESE!", con tanto di faccine ilari. Ma sono "ACCESE" solo per internet. In via Di Nanni l'opera di Valerio Berruti, intitolata "Ancora una volta", rimane mestamente spenta. In effetti ci provano ancora una volta, ad accenderla; e poi un'altra; e un'altra ancora. Zero. Nix. Nada.
C'è un guasto malignazzo nell'impianto, ma è in alto e per raggiungerlo serve il cestello aereo, e mentre aspettano il camion con il cestello i tecnici ripetono sconsolati "abbiamo fatto la prova oggi pomeriggio e funzionava perfettamente", e la povera Leon passeggia nervosa e parlotta con la sua crew di consiglieri di Circoscrizione e addetti stampa e reggicoda assortiti e costernati. Qua e là, i simpatizzanti piddini si riconoscono dai larghi sorrisoni tipo quello di Fernandel-Don Camillo quando una trovata propagandistica di Gino Cervi-Peppone finisce in vacca.
3) Arriva il cestello, il guasto è riparato e in via Di Nanni
s'accende la Luce di Berruti. Ma la gente è andata a casa
Il tempo passa. In strada circolano voci allarmistiche e incontrollate su altre Luci che non s'accendono in giro per la città. La gente si rompe i coglioni e, poiché s'è fatta una certa, se ne va a cena. Finalmente, dopo un'interminabile mezzorata, arriva il camion con il cestello, il guasto è riparato, e la bellissima opera di Berruti s'accende, strappando un "oh" di meraviglia al volonteroso pubblico superstite. Leon fa il suo fervorino a favore di videocamera per i social, e poi se ne va anch'ella al suo destino. Mi pare d'aver capito che l'hanno invitata a cena i frati di San Bernardino. Al posto suo ne approfitterei per chiedere una benedizione. Proviamo anche questa, non si sa mai.
Rincaso, e mentre bolle la pasta leggo le prime reazioni in rete. I soliti commenti, "non sanno neanche accendere la luce", "colpa di Fassino" e altre facili ironie. E intanto, in tivù, l'eroico Fantozzi affronta le sue tragicomiche sciagure quotidiane. Beh, sapete che c'è? Mi commuove. Mi commuove quell'icona arci italiana, il piccolo sfigatissimo signor qualunque che non si rassegna, e ogni volta si esalta, si vanta, si entusiasma, ci prova, e fallisce. 
Macché "non sanno neanche accendere la luce". Questa è imponderabile, insuperabile, impietosa sfiga. Sfiga nera. Quella sfiga che può capitare a chiunque. E che nelle esistenze fantozziane si manifesta con specialissima frequenza e tremendissimo furore. Con quella crudeltà che - agli occhi degli altri - diventa farsa. 
Ma la vita non è un film, non è un libro di amena lettura. La vita non scherza. Non è perfetta, e per taluni lo è ancor meno.
Così, mentre mi godo ancora una volta "Il secondo tragico Fantozzi" nel tepore della mia casetta, mi assale un empito d'affetto e solidarietà per tutti quegli eroi minimi e quotidiani in impari lotta contro un destino cinico e baro. 
Ripenso alla giornataccia di Chiarabella alle Vallette. Rivedo il volto smarrito di Francesca mentre ripete "adesso le accendiamo" guatando le Luci malignazze cupamente spente.
Sullo schermo della tivù il ragionier Ugo Fantozzi per l'ennesima volta grida con forzato entusiasmo "ah ah ah, signorina, un bel bagno alla faccia di Calboni!" e si schianta sul fondo della piscina vuota. Se il film fosse realtà, Fantozzi si farebbe molto male, e non ci sarebbe niente da ridere. A quel pensiero, dal cuore mi trabocca un moto d'empatia per lorsignori, costretti da un copione che lor non tocca e forse non sanno a ostentare sicurezza e ottimismo e affrontare impavidi e solitari l'ingiuria e la prevalenza di quell'Avverso Fato che, contrariamente alla Fortuna, non sbaglia mai la mira.
Mi tornano alla memoria le parole antiche e severe di Ugone Foscolo a proposito dello scettro dei potenti, e di che lacrime gronda, e di che sangue.
Così lo sghignazzo mi si spegne in gola. Perché nella vita vera ci facciamo male da morire, se ci tuffiamo nella piscina vuota.

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