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MUSEI, PERSI 8000 ABBONAMENTI: CHE TE NE FAI, SE LA GRANDE MOSTRA NON CE L'HAI?

Simona Ricci, la direttrice di Abbonamento Musei
La domanda è lecita: con una Fondazione Musei ormai allo sbando, e un'offerta cittadina sempre più povera di grandi mostre, che ne sarà mai dell'Abbonamento Musei?
Prima di continuare, s'impone una precisazione di metodo: dal 2015 l'Abbonamento Musei non scade più il 31 dicembre, ma vale per 365 giorni dal momento dell'acquisto. Di conseguenza si possono adottare due criteri per quantificare la diffusione dell'Abbonamento in un dato anno: le "tessere circolanti" nell'anno preso in esame oppure, e direi meglio, le "tessere vendute" nell'arco dell'anno, dal 1 gennaio al 31 dicembre.

Un dato da interpretare

Così mi sono informato, e mi hanno detto che al 31 dicembre scorso avevano venduto, nei dodici mesi, 136.064 tessere (quelle circolanti sono in totale 136.499). La cifra è in crescita rispetto al 2016, quando – fonte la relazione dell'Osservatorio Culturale del Piemonte, qui linkata, il dato è a pagina 63 – si erano vendute 127.768 tessere: 9268 più del 2015, quando le tessere circolanti erano 145 mila e 118.500 quelle vendute nei 365 giorni. Nel 2014 si calcolavano le tessere valide dal 1° gennaio al 31 dicembre, e ne furono dichiarate 92.500, con un aumento del 13 per cento rispetto al 2013. Dal 1998 la crescita degli abbonati è stata costante, con un'unica flessione nel 2010. Il trend di crescita s’era confermato - seppur ridotto - persino nel 2016, quando s’erano avvertiti i primi scricchiolii dei musei civici con il crollo delle presenze alla Gam compensato però dalle performance ancora soddisfacenti di Palazzo Madama, Borgo e Mao.
Sulle prime mi ha stupito il dato "positivo" (le virgolette non sono casuali: continuate a leggere, e scoprirete perché...) dell'Abbonamento Musei nel 2017: quest'anno c'è stata la perdita secca di quasi duecentomila visitatori in tre dei quattro siti della Fondazione Musei (in positivo soltanto il Borgo Medievale), non compensata dal buon andamento delle superpotenze - Venaria, Cinema, Musei Reali - e dalla sostanziale tenuta dell’Egizio. Insomma: nell’insieme, anno su anno, tra promossi e bocciati i principali musei torinesi si sono fumati all’incirca 90 mila presenze. Quindi la performance dell’Abbonamento Musei sembra - ripeto, sembra - contraddire la logica. Uno pensa che, se la gente non è attratta dall’offerta museale, difficilmente si abbonerà. E invece, tel chi: nell’annus horribilis 2017 le tessere vendute aumentano da 127 mila a 136 mila. Wow.

Dal segno meno al segno più: tutto merito del Politecnico 

Per spiegare lo strano fenomeno si possono scegliere due ipotesi.
La prima: i torinesi sono masochisti, tu peggiori l'offerta e loro corrono a comperare. Gli piace farsi del male.
Questa prima ipotesi non mi convince.
E' più convincente la seconda, che chiamerò "la variabile Poli": a novembre il Politecnico ha infatti provvidenzialmente deciso di regalare la tessera dei musei ai suoi docenti e studenti. L'hanno ricevuta in 16.300: uno dei più capillari tesseramenti di massa della storia repubblicana. Quelle sedicimilatrecento tessere pagate dal Poli sono una botta di munificenza il cui valore nominale sfiora il mezzo milione di euro (ma spero gli abbiano fatto uno sconticino...) e che salva, almeno formalmente, l'annata dell'Abbonamento Musei.
Ma il conto è presto fatto, pur senza essere un prof del Poli: nel 2017 si sono vendute 136.064 tessere, ma 16.300 sono quelle comperate dal Politecnico per regalarle al suo popolo. Al netto di quella benefica operazione, il risultato del 2017 è deludente: sottraendo 16.300 a 136.064 scendiamo infatti a 119.764 tessere vendute ai privati, con una perdita, rispetto al 2016, del 6 per cento, pari a 8004 abbonamenti. L'unico risultato negativo, insieme con quello dal 2010, in vent'anni di vita dell'Abbonamento Musei. 

La direttrice: senza grandi mostre gli abbonati diminuiscono

Ne ho parlato con la direttrice dell'associazione Abbonamento Musei, Simona Ricci, che dallo scorso aprile occupa ufficialmente - dopo alcuni mesi di interim - la poltrona lasciata libera da Maiunagioia Leon chiamata a più alti fastigi (e fastidi). 
La direttrice Ricci riconosce onestamente le difficoltà, e aggiunge che il tracollo vero c'è stato a gennaio 2017, con un calo del 35 per cento rispetto allo stesso periodo del 2016, "quando le mostre di Monet alla Gam e di Raffaello alla Venaria facevano da traino". 
Quindi l'aspettativa suscitata dalle mostre blockbuster - conferma Ricci, fosse mai restasse qualche dubbio - induce il pubblico ad acquistare la tessera. 
La direttrice cerca di pensare positivo: dopo quel pessimo gennaio 2017 - mi dice - le vendite sono migliorate (infatti l'annata si è chiusa con un meno 6 per cento in fondo accettabile, se si considera com'era partita...) e soprattutto non è calata la media degli ingressi annui per abbonato, che era e rimane tra 6,8 e 7,3 visite pro-capite. Ciò vuol dire - sostiene la direttrice - che gli abbonati hanno continuato a usare la tessera, pur distribuendosi diversamente: anziché affollare le mostre blockbuster - che non ci sono più - sono andati a scoprire musei in precedenza trascurati, tipo il Museo del Risorgimento, il Mauto, la Fondazione Accorsi (il dato del Mauto, più 5 mila visitatori nel 2017, me lo conferma). "Se scendessero anche gli ingressi medi, quello sì sarebbe un brutto segno, l'indice di un disinteresse per l'offerta nel suo complesso", aggiunge Ricci. 
Le faccio notare che per il 2017 può andar bene così: ma quest'anno? E gli anni successivi? Quando gli abbonati avranno visitato anche i musei meno noti, e pure i nuovi allestimenti della Gam e dei Musei Reali, che cosa accadrà? O gli proponi qualche mostra che valga la pena, ma sul serio; oppure ti mollano definitivamente. Non è che uno, per tutta la vita, può andare ogni tre mesi al Museo del Risorgimento. E le belle mostrine di nicchia fatte con poca spesa piacciono e sono meritorie, ma per i grandi numeri ci vuole altro. La direttrice Ricci ne conviene e ci salutiamo in perfetta letizia, ripromettendoci di monitorare la situazione nei prossimi mesi.

L'ovvia risposta a una semplice domanda

Intanto, però, un fatto mi pare pacifico: nel 2017 ben 8004 torinesi hanno deciso che, tutto sommato, l'offerta museale non è più tale da giustificare la spesa di 52 euro all'anno; ed è la mancanza di grandi mostre a scoraggiare i potenziali abbonati. Difatti l'Abbonamento Musei di Milano va a gonfie vele (tessere vendute +56,5% e ingressi +73,8% nell'ultimo anno). Combinazione, a Milano fanno le grandi mostre.
In questo periodo gli iscritti alla newsletter di Abbonamento Musei hanno ricevuto un questionario nel quale spicca questa illuminante domanda: "Negli anni in cui ha deciso di non rinnovare il suo Abbonamento Musei, qual è stata la ragione?". Le risposte possibili sono: 1) Il programma culturale di quell'anno non mi interessava; 2) Era diventato una spesa non sostenibile; 3) Non avevo più tempo libero a causa di impegni famigliari o lavorativi; 4) Era un regalo, ma non mi interessava; 5) Non l'ho usato.
La prima che hai detto, amico mio. La prima che hai detto.

P.S. Una precisazione doverosa

A onore del vero, devo aggiungere che la tessera dell'Abbonamento Musei resta comunque un buon affare, se non si pretende ciò che Torino non sa o non può più dare: per esempio basta una giornata alla Reggia di Venaria, visitando tutte le mostre attualmente aperte, per recuperare l'investimento e cominciare a guadagnarci. Verificate di persona a questo link.

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