Uscito sul Corriere e non disponibile on line:
C'è questa voce che gira, che il Mef - Museo Ettore Fico versa in gravi difficoltà economiche e sta per chiudere. Addirittura, dicono, potrebbe accadere già a metà marzo, al termine della mostra su Berlinguer. Beh, prima di intonare il pianto greco sulla perdita di un importante – se non unico – presidio culturale in un quartiere come Barriera di Milano, sono andato a parlarne con la persona meglio informata sui fatti, ovvero Andrea Busto, direttore fin dall'inaugurazione nel 2014, e oggi anche proprietario della sede e delle collezioni per lascito ereditario della vedova Fico, fondatrice – con Busto stesso – del museo. E già qui s'impone una precisazione: la Fondazione privata che inizialmente reggeva le sorti del Mef è stata sciolta da tempo, oggi Busto è l'unico titolare.
Il colloquio è stato interessante. A dire di Busto, e parafrasando Mark Twain, la notizia della morte del Mef è fortemente esagerata. Il direttore-proprietario mi assicura che il museo è economicamente sano, e ciò non mi stupisce più di tanto: chissà perché, i musei privati in genere risultano economicamente sani. Almeno a Torino, dove non mancano altri esempi virtuosi.
Busto mi assicura che i costi annui della struttura e delle attività al momento non superano i 150 mila euro. In tal caso, i conti tornerebbero: quella somma equivale all'incirca ai contributi che nel 2024 il Mef ha incassato - tra arretrati, acconti e saldi - dalla Regione e dalla Fondazione Crt.
Le voci sulla «chiusura», mi dice Busto, nascono dalla sua intenzione di assicurare un futuro al Museo Fico: lui non è più giovanissimo, viaggia verso la settantina e non se la sente di proseguire a lungo in un impegno che assorbe tutto il suo tempo e le sue energie. Quindi da un paio d'anni si è rivolto alle istituzioni pubbliche, proponendo di cedere l'intero museo – sede e collezioni – a titolo gratuito, con due sole condizioni che non mi paiono gravose: che la struttura mantenga la destinazione culturale, e conservi l'intitolazione a Ettore Fico.
Finora non è ancora successo nulla (dal che deduco che non c'è stata risposta e se c'è stata non è stata positiva), ma adesso qualcosa sembra muoversi, si sono aperti dei contatti che potrebbero portare a una soluzione positiva della faccenda.
Questo è il succo di quanto mi ha raccontato Busto. Da parte mia aggiungo che ben comprendo la prudente ritrosìa degli enti pubblici, assillati da perenni problemi di bilancio, ad accollarsi i costi – sia pur contenuti - di un altro museo. Per lo stesso motivo, tuttavia, comprendo molto meno l'uzzolo museale che spinge il Consiglio comunale ad approvare a raffica mozioni auspicanti l'apertura di nuovi musei della qualunque – dall'immigrazione all'omosessualità – senza la minima contezza di dove piazzarli e come mantenerli. Quella del Mef almeno è una sede già pronta: ci facessero ciò che credono.
Per come la vedo io, comunque, il problema non è di Busto, che alla peggio potrà – se e quando gli aggraderà – vendere a privati la struttura e tenersi le collezioni. Il vero problema sta nella famosa politica della «riqualificazione delle periferie», anche detta «periferie al centro». In dodici anni il Museo Ettore Fico ha davvero, concretamente, portato una periferia – una delle più difficili – «al centro»: è diventato un riferimento per la Torino dell'arte contemporanea, e soprattutto ha acceso un faro di cultura e socialità proprio là dove ce n'è più bisogno. È il caso di spegnerlo? Non so, decidano loro che sanno.

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