Uscito ieri sul Corriere e non reperibile on line:
La Fondazione Torino Musei ha annunciato che «sono aperte le procedure di selezione mediante avviso pubblico» per le direzioni del Mao e di Palazzo Madama «in considerazione della prossimità della scadenza degli attuali incarichi, prevista all’inizio del 2027». In realtà gli «attuali incarichi» scadrebbero adesso, a febbraio: Davide Quadrio (in alto) al Mao, Giovanni Villa (sotto) a Palazzo Madama sono in carica dal febbraio 2022, ma la Fondazione ha deciso di prorogarli per un anno e intanto cominciare, con lodevole solerzia, le procedure per l'eventuale successione, magari per evitare che finisca come l'altra volta, quando Palazzo Madama restò senza direttore per ventuno mesi filati.
I direttori uscenti possono ovviamente ricandidarsi, e voglio sperare che la «selezione» costituisca soltanto un atto formale, imposto da regole burocratiche; e che entrambi i direttori vengano riconfermati senza tanti magheggi. Non vedo infatti un motivo al mondo per cambiare due direttori che stanno entrambi facendo un ottimo lavoro; e non lo dico tanto per dire, bensì sulla base di constatazioni fattuali. Quadrio e Villa sono entrati in carica subito dopo il biennio orribile del Covid che aveva imposto prolungate chiusure con il conseguente crollo delle presenze: neanche 55 mila nel 2021 al Mao (che nel 2019 era arrivato a quota 119 mila), mentre Palazzo Madama era sceso a poco più di 100 mila dalle 309 mila pre-Covid. E si sa quanto sia difficile per un museo ripartire dopo simili batoste, riannodare i fili spezzati, ristabilire il rapporto di fiducia e frequentazione con il proprio pubblico. Ancora più difficile se non si dispone di grandi mezzi economici per allestire sui due piedi mostre blockbuster di immediato successo.
Né Palazzo Madama, né il Mao dispongono di tali mezzi: per le loro mostre possono investire poche centinaia di migliaia di euro mentre il costo di un blockbuster supera agevolmente i due milioni. Eppure nei quattro anni quattro anni del loro mandato Villa e Quadrio hanno rilanciato i rispettivi musei.
Palazzo Madama è risalito piano ma con costanza, fino a superare le 251 mila presenze nel 2025. La strategia di Villa punta a identificare Palazzo Madama come «museo della città», che di Torino racchiude in sé l'intera Storia, e nel quale i torinesi possano conoscersi e riconoscersi, con mostre che valorizzano le collezioni e raccontano - penso a quella sul Liberty, o a quella sul Po - il nostro paesaggio artistico, naturale e umano.
Il Mao, dal canto suo, ha sùbito recuperato, già nel '22, quota centomila; per poi mettere a segno il record di 138 mila nell'anno appena trascorso grazie a «The Soul Trembles», la personale della giapponese Chiharu Shiota che ha confermato la bontà della scelta di Quadrio di puntare sul contemporaneo per agganciare con le mostre temporanee un pubblico più vasto, che non si identifica con i soli appassionati dell'arte orientale classica.
Sia Villa sia Quadrio hanno un progetto, lo stanno perseguendo e i risultati non mancano: ma, come ogni progetto serio, sono progetti di prospettiva lunga, che non possono esaurirsi nel risicato arco di un quadriennio (e neppure di un quinquennio). A Villa e a Quadrio serve più tempo, ed è giusto darglielo: non si interrompe un buon lavoro, un secondo mandato s'impone. Ancor più a Torino, dove in taluni sventurati casi abbiamo persino avuto la masochistica bontà d'animo di riconfermare direttori più dannosi che inutili. Facciamoci furbi, almeno quelli che funzionano teniamoceli.


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