Uscito ieri sul Corriere e non disponibile on line.
Daje e ridaje, al terzo tentativo Exposed potrebbe persino farcela: d'altronde sarebbe arduo peggiorare rispetto alle prime due imbarazzanti edizioni; e già ieri, alla presentazione del fotofestival, si avvertivano incoraggianti segnali di ravvedimento operoso. Lodevole, intanto, la rinuncia ai proclami fanfaroni (tipo «Torino capitale europea della fotografia») rimpiazzati da più moderati accenni a una (sia pur discutibile) «Torino città della fotografia in Italia». E lascia ben sperare la scelta di affidare direzione e organizzazione del festival a gente del mestiere con specifiche e verificate capacità: le competenze del neodirettore Walter Guadagnini (foto) e il lavoro di un'istituzione consolidata qual è Camera suonano piuttosto rassicuranti. Sono già una garanzia le 18 mostre del programma (di cui 14 prodotte in proprio dal festival) che promettono poche fumisterie e molti nomi di valore spendibili anche con il grande pubblico. Il tutto con un budget di 600 mila euro, qualche aiuto dagli sponsor e tanto lavoro dello staff di Camera: un piccolo prodigio da brave formichine.
Sarà dunque la volta buona per Exposed? Riuscirà un festival artificiale e artificioso, nato per volontà del potere politico-economico cittadino ma senza una reale spinta dal basso, a farsi finalmente conoscere, e riconoscere, intanto dai torinesi e poi, magari, chissà, anche fuori dalla cinta daziaria? Questa è la scommessa che Guadagnini ha accettato con leonino coraggio: se la vincerà, lo sapremo soltanto vivendo. Però il direttore ha già segnato un punto a suo favore inventandosi il «miglio della fotografia», ovvero le sedi espositive concentrate nell'area tra piazza Castello, corso Vittorio e il Po; perché, annuncia, «Torino è una città grande per un festival, mentre un festival per funzionare ha bisogno di gente che si incontra, sennò non è un festival, sono soltanto delle mostre sparse». Sai che scoperta, direte voi. In effetti è la scoperta dell'acqua calda. Eppure ci sono voluti due anni, per arrivarci. Talora la genialità consiste semplicemente nel saper vedere l'ovvio, e agire di conseguenza.
Daje e ridaje, al terzo tentativo Exposed potrebbe persino farcela: d'altronde sarebbe arduo peggiorare rispetto alle prime due imbarazzanti edizioni; e già ieri, alla presentazione del fotofestival, si avvertivano incoraggianti segnali di ravvedimento operoso. Lodevole, intanto, la rinuncia ai proclami fanfaroni (tipo «Torino capitale europea della fotografia») rimpiazzati da più moderati accenni a una (sia pur discutibile) «Torino città della fotografia in Italia». E lascia ben sperare la scelta di affidare direzione e organizzazione del festival a gente del mestiere con specifiche e verificate capacità: le competenze del neodirettore Walter Guadagnini (foto) e il lavoro di un'istituzione consolidata qual è Camera suonano piuttosto rassicuranti. Sono già una garanzia le 18 mostre del programma (di cui 14 prodotte in proprio dal festival) che promettono poche fumisterie e molti nomi di valore spendibili anche con il grande pubblico. Il tutto con un budget di 600 mila euro, qualche aiuto dagli sponsor e tanto lavoro dello staff di Camera: un piccolo prodigio da brave formichine.
Sarà dunque la volta buona per Exposed? Riuscirà un festival artificiale e artificioso, nato per volontà del potere politico-economico cittadino ma senza una reale spinta dal basso, a farsi finalmente conoscere, e riconoscere, intanto dai torinesi e poi, magari, chissà, anche fuori dalla cinta daziaria? Questa è la scommessa che Guadagnini ha accettato con leonino coraggio: se la vincerà, lo sapremo soltanto vivendo. Però il direttore ha già segnato un punto a suo favore inventandosi il «miglio della fotografia», ovvero le sedi espositive concentrate nell'area tra piazza Castello, corso Vittorio e il Po; perché, annuncia, «Torino è una città grande per un festival, mentre un festival per funzionare ha bisogno di gente che si incontra, sennò non è un festival, sono soltanto delle mostre sparse». Sai che scoperta, direte voi. In effetti è la scoperta dell'acqua calda. Eppure ci sono voluti due anni, per arrivarci. Talora la genialità consiste semplicemente nel saper vedere l'ovvio, e agire di conseguenza.

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