Uscito ieri sul Corriere e non disponibile on line:
Come ognuno ben sa, a Torino c'è chi instancabilmente lavora per accogliere il ministero della Cultura nella cabina di regia del Salone del Libro. Per ovvi motivi di vicinanza politica la giunta Cirio sostiene attivamente l'operazione che frutterebbe al Salone un congruo contributo statale (girano cifre in libertà, fino al milione e mezzo), e al centrodestra una bella fetta di egemonia culturale. Per altrettanto ovvi motivi, tale prospettiva sta sullo stomaco al Comune di centrosinistra. Quanto ai privati, veri proprietari del Salone, dubito che gradiscano vedere una loro proprietà contesa da un branco di arraffoni famelici.
Ma intanto un normale galantuomo, sprezzante delle botteghe politicanti, si pone un'unica domanda di evangelica semplicità: qual è il bene del Salone del Libro? Ovvero: che futuro vogliamo per la nostra principale istituzione culturale? Diventerà più solida, più autorevole, più rispettabile, in virtù del magico tocco del ministero della Cultura?
Nota bene: stiamo parlando dello stesso ministero che già nel 2023, pur senza nessun appiglio giuridicamente plausibile, si era preso la briga – regnante lo sceltissimo Sangiuliano – di metter becco nel Salone, con la famosa «gentile richiesta» di piazzare consulenti di suo gradimento a fianco del futuro direttore, con tutto il bordello che ne seguì; e se quel ministero pianta un tal bordello senza aver titolo per immischiarsi nel Salone, figuratevi cosa riuscirà a combinare quando ce l'avrà.
Questo vogliamo per il Salone del Libro?
Ma lasciamo stare il passato e veniamo all'oggi: stiamo parlando dello stesso ministero che - ancor regnante Sangiuliano, esponente di FdI - nomina alla presidenza della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, fine intellettuale di destra e – purtroppo per lorsignori - libero pensatore; poi Sangiuliano, caduto in burletta, viene rimpiazzato da Giuli (foto), pure lui fratello d'Italia, che s'arroga il diritto – «pago quindi comando» - di intromettersi nelle scelte (giuste o sbagliate che siano, e che comunque scatenano un bailamme internazionale) del presidente della Biennale nominato dal suo predecessore e compagno di partito; per buona misura Giuli pretende le dimissioni di una consigliera d'amministrazione della Biennale, nominata dal ministero stesso però rea di non allinearsi alla volontà del ministro di turno; mentre a completare la pantomima arrivano, dispensando perle di saggezza non richieste, il ministro dei Treni in Ritardo e l'immancabile Mollicone, il nemico giurato di Peppa Pig.
Questo vogliamo per il Salone del Libro?
Ribadisco: stiamo parlando dello stesso ministero che introna Beatrice Venezi – e non aggiungo altro - sul podio prestigioso della Fenice nonostante la contrarietà e il disappunto dell'orchestra, dei competenti, dei melomani, di larga parte del pubblico e pure del rappresentante del ministero stesso nel Consiglio d'indirizzo della Fenice; il quale rappresentante per protesta si dimette e se ne va sbattendo la porta; e intanto le sapide cronache del papocchio impazzano sui giornali di mezzo mondo coprendo di ridicolo la Fenice e l'Italia.
Questo vogliamo per il Salone del Libro?
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No… no no e poi no
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