Ebbene sì, lo confesso: anche quest'anno ho scansato l'Art Week. Non mi attrae il giro canonico delle cinque chiese (Artissima, The Others, Flashback, Apart, Paratissima) più mostre varie e annessi e connessi: troppo casino troppa gente troppo traffico troppa roba troppo tutto, e a fine giornata non ti reggi sui piedi doloranti e non ricordi nulla, solo un blob di immagini confuse ma dove diavolo ho visto quella cosa e dove quell'altra e che cosa era e cosa non era... Ma chi me lo fa fare?
Aggiungi che a Torino, fosse mai che mi prenda la smania di abboffarmi d'arte contemporanea (periodo ipotetico dell'irrealtà), è lì che mi aspetta una mezza dozzina di musei e fondazioni che dispensano arte contemporanea ogni santo giorno di ogni santo anno, con le sale comodamente agibili per non dire semivuote che suona male; e non capisco perché dovrei buttarmi nel marasma dell'unico weekend di ingorghi quando all'improvviso tutti diventano cultori dell'artistica materia.
D'altronde non capisco l'arte contemporanea. Sono costretto ad ammetterlo onestamente, dopo essermi imposto - ieri - di visitare almeno una delle location della lussureggiante settimana torinese. Ho scelto le Ogr, incuriosito della collettiva «The Quantum Effect» e da «Infinity Mirrored Room» di Yayoi Kusama. Beh, ho osato troppo. Ai miei occhi incompetenti la «Infinity Mirrored Room» appare null'altro che il classico labirinto degli specchi dei vecchi luna park, promosso fin dal 1947 a cult cinematografico da Orson Welles in «La signora di Shangai» e ulteriormente santificato nel monumentale western «Il mio nome è Nessuno», con Terence Hill e Henry Fonda moltiplicati all'infinito. Purtroppo nell'«Infinity Mirrored Room» - sottotitolo «L'infinita luce dell'Universo che illumina la ricerca della Verità» - non ho visto né la Verita, né Henry Fonda o Terence Hill, ma soltanto un anziano visitatore – temo il sottoscritto – replicato ad libitum di fronte e di spalle: spettacolo deludente.
Riguardo a «Quantum Effect», mi intimoriva un po' la presentazione nerdissima: sembrava opera di Sheldon Cooper, quello di «Big Bang Theory». In concreto sono esposti alcuni pannelli (portiere d'auto?) frantumati e alcuni monoliti neri (tipo quello di «2001 Odissea nello spazio») sui quali scorrono frame cinematografici. A completare il tutto, due manichini pelosi contrapposti e calzati con scarpe ginniche (come da foto), immagino ulteriore richiamo al film di Kubrick.
Fine della mia Art Week. L'unica cosa che davvero mi interessa vedere è la mostra di Alberto Savinio allaPinacoteca Agnelli, e ci andrò con calma (c'è tempo fino ad aprile), quando nelle folle si sarà estinto il sacro fuoco per l'arte.
Intanto ripubblico qui un piccolo commento che intitolerei "Affinità e divergenze fra Artissima e il Salone del Libro". È uscito ieri sul Corriere ma non è disponibile on line:
Artissima e il Salone del Libro sono le uniche manifestazioni fieristiche torinesi di autentica rilevanza e visibilità nazionale e internazionale (se sbaglio correggetemi, a me non ne risultano altre che non spargano olio e la cui eco oltrepassi la cinta daziaria). Certo imparagonabili sul piano dell'affluenza: 254 mila presenze al Salone 2026, una media di 34 mila ad Artissima. Ciò dipende dal loro core business: per il grande pubblico l'oggetto libro è senz'altro più familiare (relativamente parlando, s'intende...) rispetto all'arte contemporanea; ed è più alla portata di tutti andare al Salone e comperare qualche libro piuttosto che fare shopping ad Artissima, date le quotazioni di quella merce. Il pubblico del Salone è quindi trasversalissimo - dalla massa dei curiosi ai lettori forti ai pensosi intellettuali - mentre ad Artissima ci vanno alcuni curiosi e molti amanti dell'arte contemporanea che per motivi di bilancio si limitano a guardare; ma quelli che davvero contano sono i collezionisti che comprano e pertanto sono coccolatissimi dagli organizzatori: per Artissima l'importante è che gli espositori vendano e siano felici e tornino l'anno dopo, quindi è un'ottima notizia che il Mic abbia autorizzato la Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma a fare la spesa ad Artissima.
Ciò detto, Artissima e Salone presentano alcune significative affinità, oltre alla comune location dell'Oval. Intanto, la redditività. Non parlo del banale richiamo alle «ricadute economiche» delle due fiere su hotel ristoranti taxi eccetera, che pure non sono trascurabili (provatevi a trovare un albergo decente in quei periodi...). Parlo di quanto spendono e quanto incassano gli organizzatori: spulciando bilanci e interrogando l'IA vien da concludere che entrambe le manifestazioni sono ampiamente sostenibili. L'investimento dei privati proprietari del marchio e gestori del business del Salone del Libro oscilla, a seconda delle fonti, da 8 a 11 milioni di euro per edizione: tra affitto degli stand, biglietteria, sponsorizzazioni, fondazioni bancarie e contributi pubblici (1,3 milioni dalla Regione, 750 mila dal Comune, 250 mila dal Mic) almeno un pareggio ci sta. Pareggio largo pure per Artissima: nel 2004 gli enti pubblici locali hanno acquisito il marchio e l'hanno affidato alla Fondazione Torino Musei, che organizza la manifestazione tramite la propria società Artissima srl: costo circa 3 milioni e un ricavo lievemente superiore generato per il 55/60% dall'affitto degli spazi, dagli sponsor (25-30%) e dalla biglietteria (15-20%).
Ma c'è un'altra affinità da sottolineare, a mio avviso più importante: sia Artissima sia il Salone esistono grazie allo spirito d'iniziativa e al coraggio di privati lungimiranti: Guido Accornero e Angelo Pezzana fondarono il Salone nel 1988, Roberto Casiraghi e Paola Rampini inventarono Artissima nel 1994. Gli enti pubblici ci hanno messo un bel po' a capirne il valore e a decidere di entrare nelle governance: un decennio per Artissima, mentre la Fondazione del Salone del Libro con Regione, Provincia e Comune si fece nel 1994, sei anni dopo la prima edizione.
Morale: non è detto che l'ingresso dell'ente pubblico in un'istituzione culturale sia di per sé positiva (anzi...) ma è confermato che le idee che funzionano nascono dall'intuizione di chi sa cogliere lo spirito del tempo, e crescono alimentate da passione e competenza. Quando invece i politici pretendono di intestarsi dal nulla un festival una fiera una manifestazione, in genere partoriscono creature fragili, che spesso non rispondono ad alcuna esigenza reale se non quella di celebrare un povero e temporaneo potere.

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