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LA PROVA DEL GEOLOGO

Lo Russo in una ormai rara fotografia con la barba da evaso, sacrificata per piacere di più agli elettori

Centocinquantamila visitatori al Salone del Libro, centosessantottomila voti per Stefano Lo Russo. Non so se essere più felice per il Salone, o più depresso per la democrazia rappresentativa. Nel mio commento di fine Salone, sul Corriere di stamattina, scrivo: "Ai torinesi il Salone ispira fiducia, entusiasmo, senso di appartenenza: la politica non più. Il Salone è riuscito là dove da tempo la politica fallisce: ha costruito e rafforzato un patto con i cittadini, che oggi lo considerano cosa loro, se ne sentono parte, ne vanno orgogliosi".
Che poi capisco tutto, capisco la disaffezione e il disinteresse per un'alternativa che a molti sembrava inesistente: su diversi punti le differenze fra i due finalisti erano meno marcate dei punti di convergenza ("e l'uno l'altro sbeffeggiava e l'altro l'uno ricambiava, pur descrivendo alla rinfusa due volti di una stessa accusa: che era impossibile cambiare, tornare indietro, andare avanti, avere voglia di sbagliare", cit. Roberto Vecchioni). Alla fine ha vinto il geologo Lo Russo perché l'imprenditore Damilano non ha convinto gli elettori moderati per via dei suoi alleati radicali, e non ha convinto - a causa delle sue posizioni moderate - i suoi alleati radicali, che sotto sotto l'hanno mollato al suo destino. Sono un po' dispiaciuto: le premesse per un quinquennio esilarante c'erano tutte, fra tunnel sotto il Po, interramenti di stazioni, monorotaie, tartufi e Barolo ai poveri e viaggi a portar doni ai sindaci di Parigi e Praga. Con il non trascurabile vantaggio che ti offre un sindaco che s'incazza facilmente. 

Vabbé, giochi fatti, adesso comincia lo show. Temo fortemente che mi darà meno soddisfazioni della precedente compagnia d'arte varia che mi ha regalato cinque anni e mezzo di straordinarie esibizioni filodrammatico-danzanti. Ma non si può sempre pretendere il circo equestre; vedremo cosa saprà propormi il nuovo impresario teatrale.

Non è facile prevederlo. Quando salì al trono, Appendino (la futura Chiarabella) aveva già sciorinato in campagna elettorale uno sfavillio di stramberie (dai cartelli contro i musei alle purghe annunciate ai danni dei vertici culturali) che annunciavano un quinquennio di fuochi d'artificio (in senso metaforico, quelli di San Giovanni li abolì subito). L'astuto Lo Russo, invece, finora s'è astenuto dalle pisciate fuori dal vaso. Anzi: promettendo di cambiare radicalmente l'infame sistema dei bandi per i finanziamenti alla cultura, ne ha persino detta una giusta. Primo banco di prova: passare dalla promessa al fatto. Subito, grazie.

Secondo banco di prova sarà - ai miei occhi - la scelta dell'assessore alla Cultura. Il candidato naturale - per esperienza, risultati raggiunti, relazioni nazionali e internazionali, visione - è Paolo Verri: quindi, secondo la logica della Torino piccola piccola, l'assessore alla Cultura non sarà Paolo Verri, che non è un signorsì e sta pure sul culo a Lo Russo per essersi schierato con Tresso, l'acerrimo rivale delle primarie. Verri è l'unico, fra i tanti talenti torinesi scacciati dalla Torino piccola piccola, ad aver commesso l'errore di volersi comunque rimettere a disposizione della sua città (prendendo pochissimi voti, com'era logico). Gli altri se ne sono andati e stanno bene dove stanno: di conseguenza, guardandomi intorno faccio fatica a scorgere, fra i profili disponibili su piazza, qualcuno adatto al ruolo di assessore alla Cultura. E comunque, se anche ne avessi in mente uno, non lo citerei neppure sotto tortura: sarebbe il sistema perfetto per bruciarlo, nell'improbabile eventualità che avesse una pur minima chance.

D'altronde, la giunta Lo Russo sarà formata in gran parte da politici: gli "esterni" - si dice - non saranno più di tre. In genere ai politici l'assessorato alla Cultura non interessa perché non porta voti: ma non è detto che a 'sto giro non tocchi proprio a un politico. Se così fosse, l'eventualità di un comico al potere è concreta: il politico medio ha una comprensione dei fenomeni culturali pari alla mia comprensione del sistema riproduttivo dei lamellibranchi. Tra gli eletti, l'unica che non vedrei male è Chiara Foglietta (foto a fianco), che nella passata consiliatura ha dimostrato attenzione all'argomento, pure con una certa competenza. Tra gli esclusi della lista civica di Giaccone, invece, c'è Carola Messina, che perlomeno l'ambiente della cultura torinese lo frequenta per motivi professionali. 
Per il resto, voglio vedere che ne sarà di quegli impegni che si prendono alla vigilia del voto, tipo "usciremo dal palazzo e staremo sempre con i torinesi". Ma sempre sempre? A parte l'inquietudine che mi suscita l'immagine di un sindaco che mi sbuca dall'armadio come un misirizzi, tale promessa richiama sinistramente il "palazzo di vetro" annunciato dalla Chiarabella all'indomani dell'elezione, preludio a un municipio la cui trasparenza mi ha spesso ricordato quella del Cremlino.

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