Il manifesto che qui vedete è l'ennesimo frutto della immaginifica campagna di brandizzazione della città "torino due punti", ai quali due punti seguono le brillanti trovate di qualche genietto incompreso della comunicazione. Spesso i genietti non ci azzeccano una fava, essendo milanesi: tipo proclamare che a Torino ci sono "le montagne più alte d'Europa" (ma dove? Il Bianco sta in Val d'Aosta...) e "l'arte gioielliera" (che non esiste, semmai si dice "arte orafa"). Talora si espongono pure a facili ironie, come quel "torino: una città, mille facce" cui il pennarello di un ignoto disfattista ha aggiunto "...di stronzi". Ma stavolta il genietto di turno ha centrato il problema, definendo Torino (pardon, "torino:") la città - "sabauda", si precisa con milanesissimo sussulto di fantasia - "che diverte tutto il mondo". Nel senso, presumo, che ci facciamo ridere dietro da tutti.
In effetti, quanto a ridicolo non ci frega nessuno. Pensate quanto ridono i milanesi che abbiamo pagato per questa genialata di "city branding". E a ulteriore riprova della nostra vis comica, trascrivo qui sotto l'articolo pubblicato ieri sul Corriere e non disponibile on line, dove racconto l'ultima (ma solo in ordine del tempo...) pantomima consumatasi in città e sul palcoscenico del Consiglio comunale:
Con ammirevole tempestività, in Consiglio comunale si è discussa l'interpellanza del consigliere Firrao intitolata «Quale destino per il Museo Ettore Fico?»: giusto adesso che lo stabile di via Cigna che ospitava il museo è stato affittato a un'impresa commerciale e Andrea Busto - proprietario dello stabile nonché delle opere della collezione - ha trasferito queste ultime in una nuova sede al centro Piero Della Francesca dove, afferma, saranno visibili da metà settembre. Busto assicura che allestirà anche delle mostre temporanee. Quindi è sfumata la prospettiva – a mio avviso mai concreta – di un intervento del Comune nella gestione dello spazio di via Cigna: il «destino del Museo Ettore Fico» è compiuto e noto a tutti, e come al solito in Consiglio comunale si è ciarlato del nulla, giusto per dare aria ai denti.
Se vogliamo riportare l'intera faccenda su un piano di ragionevolezza, occorre chiarire che il Museo Fico era un museo privato, nato per volontà di privati e proprietà di un privato; il quale privato ha il pieno diritto di farne ciò che vuole: chiuderlo, venderlo, affittarlo, trasferire le opere. Come in effetti ha fatto.
D'altro canto, il Comune non è tenuto per legge a farsi carico di ogni museo privato che, per qualsivoglia motivo, il proprietario non intende più mantenere in attività. Certo può farlo: qualora lo ritenga utile per la comunità e a condizione di disporre dei necessari mezzi economici.
Ora: a quanto risulta dalle cronache e dai bilanci, il Comune già stenta a mantenere i tre musei civici - Gam, Mao e Palazzo Madama – che necessiterebbero di ben maggiori dotazioni finanziarie per reggersi all'onor del mondo e magari allestire mostre di alto livello e di reale appeal nazionale. Per inciso: di ciò sembrano non rendersi conto gli spensierati consiglieri comunali che ad ogni piè sospinto propongono, caldeggiano, auspicano la creazione di nuovi musei della qualunque, dal museo dell'immigrazione a quello dell'omosessualità; naturalmente senza curarsi di spiegare con quali soldi (di sicuro non i loro) far fronte ai costi di tali musei immaginari.
Se invece uno o più privati decidono di aprirsi un proprio museo, grazie, si accomodino: Banca Intesa ha portato a Torino Gallerie d'Italia, gli Agnelli hanno la Pinacoteca al Lingotto, Lavazza il museo del caffè, Aurora quello della stilografica. Magnifiche iniziative. Ma mettiamo il caso – dio non voglia - che questi privati decidano per loro insindacabili motivi di chiudere i propri musei: allora che succede? Arriva babbo Comune e se li prende tutti a carico? Cioè, fammi capire: il Comune diventa l'ospizio dei trovatelli? Domattina io mi invento, chessò, il museo del fumetto per parcheggiare la mia collezione di Linus e Tex, e quando mi stufo pretendo che il sindaco mandi avanti la baracca?
Però, dice, il Museo Fico era un presidio culturale necessario per Barriera di Milano. Vero. Moltissime cose sono necessarie, per quel quartiere e per tanti altri quartieri. E decidere quali siano gli interventi prioritari e intervenire di conseguenza, per quanto consentito dalle disponibilità di cassa, è il dovere di un'amministrazione civica (che ne risponderà al momento del voto) e non il diritto di un privato che non sottostà al giudizio degli elettori. E a questo punto la presento io, un'interpellanza agli spensierati consiglieri comunali: siamo sicuri che la priorità a Barriera di Milano sia un museo? E se così fosse, ci sono i soldi per mantenerlo dignitosamente negli anni a venire?
Il resto è chiacchiera e vaniloquio.
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