La terza edizione del fotofestival «Exposed» è durata 55 giorni e si è chiusa lo scorso 2 giugno. Pudicamente, la comunicazione ufficiale rinuncia a parlare di «grande successo», limitandosi a dichiarare «12.600 pass scaricati, con un incremento di oltre 50% rispetto all’edizione 2025, e 107.000 visitatori nelle sedi espositive indoor, ai quali si aggiungono le migliaia di persone che hanno visitato le mostre outdoor disseminate nello spazio urbano».
Il miglioramento, rispetto al passato, è indiscutibile: d'altronde era arduo fare peggio dei primi due fallimentari tentativi. Affidare «Exposed» alle cure competenti di Camera e di Walter Guadagnini è stata una mossa sensata, che ha accresciuto la qualità complessiva e la «leggibilità» del festival. E rinunciare saggiamente ai proclami fanfaroni tipo «Torino capitale europea della fotografia» ha messo al riparo da scorni e sberleffi la possente «Cabina di Regia» (Comune, Regione, Camera di commercio, Compagnia di San Paolo e Fondazione Crt) che da tre anni s'ingegna di far vivere una fragile (ma costosa) creatura in cerca d'identità.
Ciò detto, è onesto sottolineare che 107 mila ingressi in 55 giorni danno una media di 1.945 ingressi al giorno, che divisi per 18 mostre significano 108 ingressi giornalieri per mostra: bene ma non benissimo, e non esattamente un «pienone di pubblico». Tanto più che la media è bugiarda come tutte le medie: a occhio, i favori del pubblico sono andati alle Gallerie d'Italia (più che altro per la splendida mostra extra-festival di Nick Brandt) e a Camera per l'altrettanto splendida (ed extra-festival) mostra di Edward Weston. Si consideri inoltre che per accedere gratis agli spazi di «Exposed» si poteva scaricare un pass dal sito del festival: sono stati scaricati 12.600 pass, ed è lecito ipotizzare che ogni possessore di pass abbia visitato più mostre, il che riduce sensibilmente il numero effettivo dei torinesi coinvolti nel festival. Parlo di torinesi perché ho l'impressione che «Exposed» non abbia attratto fiumane di turisti: ma non sono in possesso di dati certi, e sarò grato agli organizzatori se vorranno smentirmi con documenti affidabili.
Insomma, il direttore Guadagnini ha fatto il suo quanto ai contenuti del festival, ma mi pare che neppure quest'anno si sia centrato l'obiettivo dell'«ancoraggio forte con la città» auspicato alla vigilia da Michele Coppola, il boss di Gallerie d'Italia. Quanti torinesi si sono davvero accorti dell'esistenza di «Exposed»? Boh, chiedete un po' in giro.
Guadagnini aveva ben presente il problema: «Torino è una città grande per un festival – mi aveva detto - mentre un festival per funzionare ha bisogno di gente che si incontra, sennò non è un festival, sono soltanto delle mostre sparse». E, onore al merito, ci ha provato, rinunciando alle velleità di decentramento e concentrando le mostre nel «Miglio della fotografia». Bel tentativo, ma il «clima da festival» nei 55 giorni di «Exposed» io personalmente non l'ho avvertito. O magari ero distratto io.
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