Uscito un paio di giorni fa sul Corriere, questo articolo mi pare ancor più attuale - pur non riguardando direttamente i casi specifici - dopo che nelle ultime 48 ore si è saputo della chiusura dello Ziggy Club e della rinuncia di Moncalieri all'edizione 2026 di Ritmika. Quindi lo ripubblico qui, non essendo disponibile on line.
L'ultima in ordine di tempo a gettare la spugna è stata, due settimane fa, l'associazione Teatro Europeo, costretta ad annullare la terza edizione del suo Festival Teatro nelle Corti, prevista tra il 3 e il 6 settembre a Torino e a Racconigi. Non ci sono i soldi, le fondazioni bancarie – com'è loro legittima facoltà - hanno negato i contributi. «Siamo dispiaciuti – scriveva l'associazione in un accorato comunicato - che a Parigi e nel resto d’Europa il nome di Torino e del Piemonte si leghi oggi a un ricordo non bello».
Vabbè, immagino che prima o poi a Parigi se ne faranno una ragione e pure il resto d'Europa, da Vilnius a Lisbona, elaborerà il lutto per la perdita di un festival a Torino. Resta il fatto che qui da noi è in atto un'Estinzione Silenziosa di rassegne e presidi culturali. Solo negli ultimi mesi, e limitandoci ai casi più significativi, hanno chiuso il Folk Club e il Museo Fico, e dopo Sonic Park si sono perse le tracce anche del Monitor Festival vissuto un'unica estate, la scorsa, nel (velleitario?) tentativo di raccogliere l'eredità del malamente naufragato Todays.
Estinzioni, dicevo, silenziose, d'illacrimata sepoltura: qualche articolo sui giornali, due giorni di scoramento sui social, e poi capitolo chiuso e via, verso nuovi disastri. Senza mai riflettere sui motivi, sui perché e i percome di declini e cadute.
È pur vero che per ogni singola estinzione si potrebbero indicare cause e responsabilità specifiche: le iniziative culturali che si estinguono sono come le famiglie infelici in «Anna Karenina», ciascuna si estingue a modo suo. Ma la motivazione comune – e fin troppo scontata - addotta dalle vittime dell'estinzione è quasi sempre la stessa: i cattivoni (a scelta, o tutti insieme, gli enti pubblici, le fondazioni, lo Stato, gli sponsor, le cavallette...) ci hanno tagliato/negato i fondi, i bandi malignazzi hanno escluso noi, i meritevoli, a vantaggio degli altri, gli immeritevoli. Colpa loro, mica nostra.
Certo: il sistema dei bandi è imperfetto e talora fa schifo; gli investimenti pubblici nella cultura sono sempre più risicati; le spese aumentano più dei contributi, pagati – quand'anche concessi – con insostenibili ritardi. Ulteriore fattore di crisi è il protagonismo del Comune in campo culturale: scelte che privilegiano i Grandi Eventi spesso inventati dal nulla e organizzati in proprio impegnando ingenti risorse che potrebbero invece più utilmente stimolare la crescita dal basso di un «ecosistema culturale» indispensabile per una città che aspira al titolo di Capitale europea della Cultura. Se mi passate la metafora, una foresta di grandi alberi non può vivere senza un sottobosco sano e variegato.
Però, fra strepiti autoassolutori e fondate rimostranze, il sistema culturale si esime dal guardare alle proprie debolezze strutturali. Non dico tutte, ma molte estinzioni degli ultimi anni sono l'inevitabile conseguenza di facilonerie, dilettantismi, inadeguatezze. Per alcuni «organizzatori» - spesso allegramente disorganizzati - l'espressione «impresa culturale» è un flatus vocis, dove il termine «impresa» non significa nulla; come se, oggi, per far vivere un'associazione o una rassegna non servissero competenze specifiche e altamente specializzate. Anche andarsi a prendere i soldi là dove ci sono fa parte del lavoro culturale: partecipare ai bandi, accedere ai fondi europei, trovare sponsor, gestire pratiche, contratti e bilanci, valutare costi, sostenibilità dei progetti, risposta del pubblico e ritorni economici, sono aspetti fondamentali dell'impresa culturale come di qualsiasi altra impresa. Servono professionisti esperti, non volonterosi orecchianti: insomma, meno sacro fuoco e più azienda. Eppure molti operatori sembrano ancora convinti che per fare cultura bastino belle idee, bei sentimenti al posto giusto, e buttare il cuore al di là dell'ostacolo: in qualche modo qualcuno – un dio benigno o un assessore in vena di miracoli – salverà la baracca. E così si lanciano a «organizzare» improvvisando come Jake e Elwood quando organizzano il concerto in «Blues Brothers».
Ma «Blues Brothers» è solo un film, e allora – restando con John Belushi - è meglio fidarsi di «Animal House»: quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Spoiler: i miracoli sono finiti, per il lavoro culturale il gioco si è fatto duro, e solo i duri sopravviveranno.
L'ultima in ordine di tempo a gettare la spugna è stata, due settimane fa, l'associazione Teatro Europeo, costretta ad annullare la terza edizione del suo Festival Teatro nelle Corti, prevista tra il 3 e il 6 settembre a Torino e a Racconigi. Non ci sono i soldi, le fondazioni bancarie – com'è loro legittima facoltà - hanno negato i contributi. «Siamo dispiaciuti – scriveva l'associazione in un accorato comunicato - che a Parigi e nel resto d’Europa il nome di Torino e del Piemonte si leghi oggi a un ricordo non bello».
Vabbè, immagino che prima o poi a Parigi se ne faranno una ragione e pure il resto d'Europa, da Vilnius a Lisbona, elaborerà il lutto per la perdita di un festival a Torino. Resta il fatto che qui da noi è in atto un'Estinzione Silenziosa di rassegne e presidi culturali. Solo negli ultimi mesi, e limitandoci ai casi più significativi, hanno chiuso il Folk Club e il Museo Fico, e dopo Sonic Park si sono perse le tracce anche del Monitor Festival vissuto un'unica estate, la scorsa, nel (velleitario?) tentativo di raccogliere l'eredità del malamente naufragato Todays.
Estinzioni, dicevo, silenziose, d'illacrimata sepoltura: qualche articolo sui giornali, due giorni di scoramento sui social, e poi capitolo chiuso e via, verso nuovi disastri. Senza mai riflettere sui motivi, sui perché e i percome di declini e cadute.
È pur vero che per ogni singola estinzione si potrebbero indicare cause e responsabilità specifiche: le iniziative culturali che si estinguono sono come le famiglie infelici in «Anna Karenina», ciascuna si estingue a modo suo. Ma la motivazione comune – e fin troppo scontata - addotta dalle vittime dell'estinzione è quasi sempre la stessa: i cattivoni (a scelta, o tutti insieme, gli enti pubblici, le fondazioni, lo Stato, gli sponsor, le cavallette...) ci hanno tagliato/negato i fondi, i bandi malignazzi hanno escluso noi, i meritevoli, a vantaggio degli altri, gli immeritevoli. Colpa loro, mica nostra.
Certo: il sistema dei bandi è imperfetto e talora fa schifo; gli investimenti pubblici nella cultura sono sempre più risicati; le spese aumentano più dei contributi, pagati – quand'anche concessi – con insostenibili ritardi. Ulteriore fattore di crisi è il protagonismo del Comune in campo culturale: scelte che privilegiano i Grandi Eventi spesso inventati dal nulla e organizzati in proprio impegnando ingenti risorse che potrebbero invece più utilmente stimolare la crescita dal basso di un «ecosistema culturale» indispensabile per una città che aspira al titolo di Capitale europea della Cultura. Se mi passate la metafora, una foresta di grandi alberi non può vivere senza un sottobosco sano e variegato.
Però, fra strepiti autoassolutori e fondate rimostranze, il sistema culturale si esime dal guardare alle proprie debolezze strutturali. Non dico tutte, ma molte estinzioni degli ultimi anni sono l'inevitabile conseguenza di facilonerie, dilettantismi, inadeguatezze. Per alcuni «organizzatori» - spesso allegramente disorganizzati - l'espressione «impresa culturale» è un flatus vocis, dove il termine «impresa» non significa nulla; come se, oggi, per far vivere un'associazione o una rassegna non servissero competenze specifiche e altamente specializzate. Anche andarsi a prendere i soldi là dove ci sono fa parte del lavoro culturale: partecipare ai bandi, accedere ai fondi europei, trovare sponsor, gestire pratiche, contratti e bilanci, valutare costi, sostenibilità dei progetti, risposta del pubblico e ritorni economici, sono aspetti fondamentali dell'impresa culturale come di qualsiasi altra impresa. Servono professionisti esperti, non volonterosi orecchianti: insomma, meno sacro fuoco e più azienda. Eppure molti operatori sembrano ancora convinti che per fare cultura bastino belle idee, bei sentimenti al posto giusto, e buttare il cuore al di là dell'ostacolo: in qualche modo qualcuno – un dio benigno o un assessore in vena di miracoli – salverà la baracca. E così si lanciano a «organizzare» improvvisando come Jake e Elwood quando organizzano il concerto in «Blues Brothers».
Ma «Blues Brothers» è solo un film, e allora – restando con John Belushi - è meglio fidarsi di «Animal House»: quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Spoiler: i miracoli sono finiti, per il lavoro culturale il gioco si è fatto duro, e solo i duri sopravviveranno.

Sempre più capitale europea della cultura
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