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FALSTAFF, IL POPOLO DELLA PRIMA A LEZIONE DA ENRICO V

"Vecchio, non ti conosco... ti metto al bando, pena la morte,
come il resto dei miei falsi consiglieri"
(Shakespeare, Enrico IV parte II, atto 5°, scena 5)

Giuseppe Battiston è Falstaff al Carignano fino al 2 novembre
Sono appena rincasato dalla prima dello Stabile. Non ho un granché da raccontarvi, nel senso che sono arrivato al Carignano all'ultimo minuto, e sono andato via appena spenti gli ultimi applausi. Comunque non mi è dispiaciuto il Falstaff confezionato dal regista Andrea De Rosa su misura (taglia forte) di Giuseppe Battiston. Vabbé, sapete come si usa adesso: De Rosa ha preso molto dall'Enrico IV, qualcosa dall'Enrico V, e qualcosina pure dal libretto di Boito per l'opera di Verdi; ci ha aggiunto un pizzico di Nietzsche e di Kafka per fare buon peso (poi giuro basta, la smetto con le battute ponderali), e insomma, lo spettacolo l'ha portato a casa. Con tutto che quando c'è di mezzo Shakespeare finisce sempre che Shakespeare è Shakespeare, e di tutto il resto si potrebbe fare a meno. Ecco, magari la prossima volta ne facciamo a meno. Però mi piace ascoltare a teatro le parole di Shakespeare. Si distinguono subito, le parole di Shakespeare, dalla roba inutile che ci hanno mescolato: sono quelle che funzionano.

Questione di mimesi

Comunque Battiston ha il suo perché. A me non fa impazzire, però direi che la spiegazione migliore del perché di Battiston è nel testo del "Falstaff" di De Rosa. Ovviamente non nelle parole di Shakespeare, bensì in una citazione buttata lì sempre a far buon peso (acc... ci sono ricascato...): "io sono un istrione ma la teatralità scorre dentro me..." (sì, avevo dimenticato che nella zuppa De Rosa ci ha buttato pure Aznavour). L'istrione Battiston esalta l'istrione Falstaff, e la mimesi è perfetta. Tant'è che mentre sul palco Battiston-Falstaff produce suoni egregi e commendevoli per rendere il concetto di "vecchio scorreggione", in platea una signora, una sola nel silenzio generale, ride fino alla lacrime. E' la signora Battiston.

Piove sul riconfermato Vergnano

Per il resto, normale prima torinese con il normale pubblico da prima torinese: Evelina Christillin trillantissima padrona di casa abbraccia gli ospiti di fede bianconera per farsi fotografare "solo con juventini". Ovviamente Luca Beatrice del Circolo dei Lettori non si fa pregare. Poi avvisto, in ordine sparso, il regista Gabriele Vacis, l'ex presidente Rai Paolo Garimberti, il già vicepresidente del Csm Michele Vietti, Ernesto Ferrero del Salone del Libro e consorte, i direttori dello Stabile - quello artistico Mario Martone e quello amministrativo Filippo Fonsatti - nonché (accostamento non casuale) il sovrintendente del Regio fresco di conferma (five more years) Walter Vergnano con la moglie Angela Larotella. A Vergnano, tanto per rovinargli la bella serata, domando se è vero che al Regio piove nei camerini. Però questa è un'altra storia, ve la racconto poi. Ma non domani, che domani al Regio hanno anche loro la prima, e son già pieni di pensieri.
Comunque, avete capito: i soliti noti, come si dice di ogni prima a Torino, con l'aria un po' annoiata. Ma d'altra parte chi dovrebbe esserci a una prima dello Stabile? Il presidente dello Zambia? Una rappresentativa di marziani? Bono Vox?

I crucci della Parigi

Adocchio anche Fassino, ma all'uscita (in sala ho visto solo la moglie) e ovviamente gli assessori alla Cultura Braccialarghe e Parigi. Braccialarghe mi saluta un po' tirato - o forse è solo un'impressione mia: perché mai dovrebbe? - mentre Antonella Parigi ha l'aria preoccupata come sempre, dacché è diventata assessore. I conti la angosciano, e la capisco, povera ragazza. Al posto suo pure io non ci dormirei la notte. Per rasserenarla le confido che ho pensato a lei guardando il finale dello spettacolo: quando il principe Hal, una volta diventato re Enrico V, delude le aspettative degli antichi compagni che speravano di lucrare prebende e poltrone in virtù d'antichi legami. Ma il fardello del potere - questo è il messaggio di Shakespeare - è quello: il bene dello Stato fa aggio sui sentimentalismi, e il passato privato è altro dal presente pubblico. Ah, se gli intellettuali di questa città leggessero più Shakespeare e meno Gabo!

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