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ROLANDO SHOW: IL FUTURO DEL SALONE

Grande spettacolo, stamattina in Commissione cultura. Io non c'ero, maledizione: un precedente impegno mi ha impedito di assistere all'audizione di Rolando Picchioni, presidente uscente (uscente?) del Salone del Libro. Però quando sono arrivato al teatro Regio, dove presentavano le iniziative di Expo-To (solita fuffa, ve ne parlo poi in un altro post), ho trovato un sacco di reduci dal Municipio, tutti infervorati dalla performance del Rolando Furioso.
Così, per non saper né leggere né scrivere, tornato a casa ho chiamato Rolly e ho fatto la verifica: antica quanto desueta tecnica giornalistica che consiste nel valutare le testimonianze di seconda mano chiedendone conferma al diretto interessato.
Picchioni un po' s'è schermito (neanche tanto) assicurandomi di aver mantenuto l'aplomb istituzionale. Mi ha però confermato i passaggi chiave della sua audizione, soprattutto per ciò che riguarda i progetti di fusione con il Circolo dei Lettori.

La fusione con il Circolo

In sostanza, Picchioni ribadisce di essere stufo del "chiacchiericci da caffé" sul progetto: "Se ne discuta con cognizione di causa, con carte, opzioni, una road map credibile". Ma soprattutto ha detto forte e chiaro: "Finché sarò io il presidente non rinuncerò alle risorse umane del Salone". Insomma: da buon comandante, Picchioni difende i suoi soldati, i suoi collaboratori, e non vuole vederli in mezzo a una strada.
Ma la parte migliore dell'allocuzione picchionica è arrivata quando il Rolando Furioso ha descritto così la funzione del Salone: "Noi con le nostre iniziative portiamo i libri dovunque, dalle scuole alle carceri. Non nei salotti". Ogni allusione al salotto di via Bogino è puramente casuale.

La minaccia milanese

Rolando Picchioni e (a destra) Ernesto Ferrero
Altro chiodo fisso di Picchioni sono i maneggi per portare il Salone a Milano: in Commissione ha di nuovo lanciato l'allarme, tornato d'attualità ora che i bauscia si sono accaparrati il titolo di "Capitale europea del libro 2015". "Una liturgia autocelebrativa", la definisce Picchioni, preoccupato perché Torino, anziché vigilare, si perde "in una squallida batrocomiomachia", ovvero - Picchioni ha studiato - una battaglia di topi e rane. Chi siano i topi e chi le rane non me lo ha specificato. Secondo me Rolly è ansiato dalla presenza nel CdA del Salone di quattro milanesi su cinque componenti.

Picchioni dopo Picchioni

Questo è quanto. Ma sottotraccia resta il nodo centrale del "dopo-Picchioni", perché il presidente (e con lui il direttore Ernesto Ferrero) è in scadenza di mandato. Anzi, in scadenza di proroga. Quindi, quella che si apre il 16 maggio dovrebbe essere davvero l'ultima edizione della lunga e fortunata era picchioniana.
Già, dovrebbe. Sono anni che lo sento dire. Ma Picchioni è un altro Highlander. Anche se si proclama pronto a lasciare, secondo me ha ancora in serbo sorprese. Grande è la confusione sotto il cielo del Salone, e della politica in genere: la situazione perfetta per una clamorosa successione di Picchioni a Picchioni. Pensate alle precarie condizioni del governo region
ale, con il Chiampa azzoppato dalla storiaccia delle firme false: tra tante incertezze Rolly potrebbe alla fin fine essere l'usato sicuro per traghettare il Salone almeno fino all'anno prossimo, quando ci saranno le elezioni comunali (la Regione non si sa...).

I candidati alla successione

Ma parliamo degli altri possibili successori alla guida del Salone. Il nodo centrale è il rapporto con il Circolo. Da lì nascono le voci di una possibile direzione del Salone a Maurizia Rebola, attuale direttrice di via Bogino. Stamattina l'ho vista e ancora una volta lei ha smentito. Di sicuro unificare le due strutture non sarebbe una passeggiata: Picchioni si agita alla prospettiva, ma neppure Maurizia la fa tanto facile. Ma da qui bisognerà partire per scegliere il successore (eventuale?) di Picchioni.  Due nomi circolano da mesi: il mancato assessore regionale alla Cultura Sergio Soave, carissimo a Chiamparino e fregato dalle urne, e l'ex assessore Gianni Oliva, al quale mi risulta sia stata fatta più di una mezza promessa. Oliva è nel cuore di Antonella Parigi (fu lui a inventarsi il Circolo dei Lettori), ma il suo mandato assessorile con la Bresso gli ha procurato non pochi nemici; e pare che Fassino non straveda per lui. Infine si sente parlare, per la presidenza, pure di Vittorio Bo, ex Einaudi e Mondadori, inventore del Festival della Scienza di Genova (l'aveva proposto a Torino, non se ne fece nulla) e fondatore delle case editrici Il Melangolo e Codice.

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