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TORNA NON UCCIDERE, SPERANZE PER LUMIQ

Stento a crederci: oggi ho un paio di buone notizie.
Intanto, fra pochi giorni i Lumiq Studios di corso Lombardia tornano a ospitare le riprese della terza serie di "Non uccidere".
Ma soprattutto si aprono prospettive meno cupe per la delirante epopea di Virtual Reality & Multimedia Park e della sua controllata Lumiq Studios: la più costosa, inutile e dissennata impresa torinese degli ultimi trent'anni (a parte, naturalmente, lo Stadio delle Alpi) e un affare tanto sballato da far sembrare un colpo di genio anche l'apertura di una gelateria al Polo Nord.
Le nostre amministrazioni sognavano gli Universal Studios sul Po, e si ritrovarono in un bagno di sangue che dagli anni Novanta ha ingoiato milionate e milionate prima di lire, e poi di euro. Qualcuno dice cinquanta, in euro; qualcuno un po' meno. In ogni caso, una follia da leggenda nera della finanza pubblica. Finché, nel 2013, i soci (Comune e Regione) decisero, stremati, di mettere in liquidazione le due società.

Come ti azzero il deficit

All'epoca Franco Nada, il professionista incaricato di liquidare il baraccone, aveva prudentemente calcolato che l'operazione sarebbe costata, nella peggiore delle ipotesi, 1.353.000 euro.
Il saggio pessimismo di Nada è stato però smentito da una serie di botte di culo - o di bravura, a seconda dei casi. Il licenziamento del personale non ha comportato spese superiori a quelle previste dai contratti di lavoro; alcune cause pendenti si sono concluse in modo favorevole; alcuni debitori hanno pagato e alcuni creditori si sono accontentati dei classici pochi maledetti e subito, quando non hanno rinunciato a battagliare per spettanze irrisorie, ma che sommate le une alle altre fanno capitale; aggiungi le operazioni, tutte legali, su Iva, crediti d'imposta e altre robe da commercialista che io manco riesco a immaginare, figurarsi spiegare.
Poi, come regalo di Natale 2014, è arrivato "Non uccidere" e il baraccone ha smesso di essere un costo, dato che le spese se le accolla Mamma Rai, che già per le riprese della prima serie aveva ristrutturato il teatro di posa, pagando la manutenzione straordinaria. Adesso la convenzione triennale stipulata con il liquidatore prevede che la Rai si faccia carico di 160 mila euro all'anno di spese di manutenzione, più i costi delle utenze e della sorveglianza.

La mano santa di "Non uccidere"

L'arrivo di "Non uccidere", nel 2014, è stato una mano santa per Lumiq. All'epoca venne accolto con benedizioni e giubili: l’assessore alle Partecipate dell'epoca, Giuliana Tedesco dichiarò che "Virtual & Multimedia Park da zavorra e peso per il Comune si trasforma in un’opportunità di sviluppo non solo per il quartiere, ma per Torino". La Tedesco peccava d'ottimismo, le cose non andarono sempre lisce, ci furono momenti difficili specie quando, dopo il mezzo flop della prima stagione, sembrava che "Non uccidere" non dovesse proseguire. La fiction ebbe un moderato successo di pubblico, e grande di critica: ma sfondò all'estero, generando un business che ha indotto la Rai a continuare. Aprendo nuovi orizzonti per il futuro degli studi di corso Lombardia.
Oggi il lavoro del liquidatore prosegue, perché restano da regolare alcune pendenze finanziarie, sia in entrata, sia in uscita. Ma il costo della liquidazione è precipitato dalle impressionati vette del milione e quattro ai più umani livelli di 160 mila euro. E la tendenza è ancora al ribasso. Anzi: Nada spiega che adesso entrano in cassa un po' di eurini grazie a operazioni sull'Iva che non sono assolutamente in grado di illustrare, ma che funzionano. Nada pensa azzerare il deficit in tempi ragionevoli.
Oggi Franco Nada è stato ascoltato in Commissione: e i commissari - pochi ma per una volta attenti; e uno, Massimo Giovara, persino preparato sull'argomento - si sono giustamente posti il problema del dopo.

La Rai ha un progetto?

In effetti, quando il deficit sarà azzerato e la società liquidata, le strutture (per quanto vandalizzate e depredate negli anni dell'abbandono) resteranno: e l'arrivo della Rai ha cambiato i termini della questione. E' vero che l'attuale convenzione scade nel 2019: ma sarebbe strano - persino per la Rai - spendere 160 mila euro all'anno nella manutenzione di un complesso sul quale non c'è un progetto. Vi dico soltanto che in questi giorni partono i lavori per il recupero di un'altra sala dei Lumiq, che verrà utilizzata come secondo set, mentre come al solito nel teatro grande sono ricostruiti gli interni della questura dove impazza l'ispettore Valeria Ferro.

Il gioco dei quattro cantoni

Dunque è il momento di cominciare a ragionare sul futuro del complesso. Un consigliere cinquestelle ha proposto di convincere Film Commission a lasciare la sua sede di via Cagliari per trasferirsi negli ampi spazi ancora abbandonati di corso Lombardia. A questo punto vien fatto di domandarsi che ne sarebbe di via Cagliari, altra struttura imponente pensata per offrire servizi d'appoggio alle troupe che girano a Torino. Va ad aprirsi un'altra saga affascinante.

Commissione d'inchiesta

Per non farsi mancare niente, un altro consigliere cinquestelle, Damiano Carretto, oggi ha proposto che venga istituita una commissione d'inchiesta per accertare le ragioni remote del disastro Lumiq-Multimedia. Sento l'odore del sangue. Ma quel che è giusto è giusto: chi è riuscito a combinare un disastro di quelle dimensioni dovrebbe quantomeno spiegare come ci è riuscito. Perché è mica facile: ci vuole talento, anche per certe catastrofi. 


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