Dopo Diabolik, le serie tv: quei due sacripanti di Luca Beatrice e Luigi Mascheroni portano una seconda mostra al Museo del Cinema, e stavolta mi pare che facciano centro. Insomma, Diabolik, con tutto il rispetto, era un soggetto un po' fané, molto boomer, e in fondo c'entrava relativamente con il cinema, anche a voler considerare certi filmetti del tutto dimenticabili. Le serie tv, invece, sono - oltre che pop, in linea con l'indole dei curatori - il nuovo cinema, un'altra forma di cinema: lo ha confermato pure Carlo Chatrian, nuovo direttore del Museo, che ha così dato l'imprimatur alla sua prima uscita pubblica per presentare la mostra, intitolata «#Serialmania». Sono cinema, e sono di moda, e piacciono a tutti, compresi i giovani, anzi soprattutto ai giovani, dunque la mostra funzionerà. E lo merita, perché è ben ideata, ben presentata, piena di cose curiose. Un percorso attraverso dodici serie che, a parer dei sacripanti, sarebbero le più significative, le più archetipe, le più iconiche, insomma, quella roba lì. Ovvio il giochino del «ma non c'è...» che coinvolgerà ogni visitatore, e penso che renderà la visita più interessante, consentendovi di litigare con gli amici su quale serie è stata ingiustamente omessa, e quale invece non meritava. Per dire, su dodici serie esposte, l'unica che avrei scelto anch'io sono i "Simpson", mentre deploro che "Friends" sia stato preferito a "Big Bang Theory", e protesto vibratamente per l'esclusione di qualsiasi serie crime e/o legal drama: io non avrei mai rinunciato a "Miami Vice", che ha inaugurato un nuovo corso e una nuova iconografia; e naturalmente pretenderei almeno una rappresentaza dei franchise "Csi" e "Ncis", per non dire della decana e amatissima "Law & Order. Special Victims Unit". A questo punto, suggerirei al Museo di attuare l'idea che il presidente Ghigo ha soltanto accennato come boutade: indire un referendum tra i visitatori perché compilino e introducano in apposita urna la top ten delle loro serie preferite. Scommetto che non ci sarebbero due top ten uguali.
Come eravamo. E' il 2002, Patrizia Sandretto inaugura la sede torinese della Fondazione in via Modane, affiancata da Enzo Ghigo, oggi presidente del Museo del Cinema e all'epoca presidente della Regione, e dal Chiampa, allora sindaco di Torino. Alle loro spalle riconosco Vittorio Sgarbi, il marito di Patrizia Agostino Re Rebaudengo, e l'allora vicario vescovile ed ex direttore della "Voce del Popolo" monsignor Franco Peradotto, oggi scomparso Oggi la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo compie venticinque anni. Nel tempo normale, il tempo di prima che abbiamo perduto, sarebbe l'occasione delle celebrazioni di rito, del "sembra ieri", e di quant'altro si conviene a ricorrenze significative per la vita culturale della città. Oggi niente di ciò è possibile. Con adeguato understatement, Patrizia Sandretto per ricordare l'anniversario si è limitata a inviare una lettera che a me è piaciuta, e che quindi pubblico integralmente. Care e cari t...
Se posso: la danese "1864" come serie di genere storico, l'americana "True crime" per l'impatto sul genere poliziesco, l'inglese "Peaky blinders" per il genere drammatico, l'americana "Band of brothers e la tedesca "Das boot" a pari merito come serie di guerra, l'inglese "Cobra" per il genere thriller e l'inglese "Black mirror" per il genere science fiction.
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