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THE BONFIRE OF THE VANITIES: CRONACHE DI UN'INAUGURAZIONE

Sul palco dell'Auditorium del Lingotto per l'inaugurazione del Tff: Emanuela Martini, Jasmine Trinca e soprattutto Lui: il Duca Bianco
Adesso si fa sul serio: a quest'ora, secondo il Festival, dovrei già essere al Classico per l'anteprima stampa di "Sully". Con tutto l'amore per Clint, andare al cinema alle 9 del mattino è contro i principi della mia religione, soprattutto a novembre. Passo. Tanto ce ne sono altri 212, di film.
E confesso; non ho visto neppure il film d'apertura, ieri sera. Appena finita la cerimonia all'Auditorium del Lingotto - molto easy, come al solito - me la sono filata al festone di Hiroshima: c'erano la Bandakadabra e il visionario Guido Catalano, e soprattutto il festone s'intitolava "A Torino non si scherza un cazzo", il che mi pare il miglior viatico per questo trentaquattresimo Tff.

Direttore del Museo: l'affare si complica

Però il cocktail inaugurale non me lo perdo mai, quest'anno men che meno. Non per il catering - detesto mangiare in piedi, è un'altra violazione dei miei principii - bensì perché ti racconta l'aria che tira. 
Beh, tira aria di moderato ottimismo. Ottimismo per il Festival - in grande spolvero - moderato dalla situazione malcerta del Museo del Cinema, ormai materialmente privo di un direttore: Alberto Barbera, defenestrato ma prorogato, era assente per la prima volta nella storia. "Trattenuto negli Usa per un'importante conferenza", è la versione ufficiale: ma secondo me non sarebbe venuto comunque. Il guaio vero - non che perdere Barbera sia un guaio finto, ma vabbé, a Torino non si scherza un cazzo, soprattutto se si tratta di devastarsi l'inguine a bottigliate - il guaio vero, dicevo, è che nessuno dei barbapapà presenti ieri sera ha un'idea precisa per sostituirlo. Il bando si è chiuso, si sono presi due mesi per rifletterci, ma è capitato qualche contrattempo e tra gli 88 candidati quello giusto non si trova. E' una storia lunga, un giorno ve la racconterò. Ma non adesso. 

Martini e Damilano: temporalone estivo

Adesso bisogna parlare del Festival, che per nostra straordinaria e inconsueta buona sorte sta bene, benché il tafazzismo sabaudo s'ingegni al fine di peggiorarne la situazione. Restano sullo sfondo, come ipotesi di lavoro astutamente peggiorative, sia il trasferimento in periferia auspicato dalla coazione a ripetere grillina (penso che li taciteranno proiettando qualche replica al Fratelli Marx e ai Due Giardini, sicché tutti saranni contenti e non si farà male nessuno) sia lo spostamento a giugno, che il presidente Damilano vagheggia per aumentare l'impatto del Festival sulla città, e la direttrice Martini osteggia perché a giugno - stretta fra Cannes e Venezia - non beccherebbe un film nuovo che sia uno, riducendo così il Tff al ruolo di un cineforum parrocchiale.
La disputa non è soltanto accademica: se il presidente del Museo del Cinema e la direttrice del Torino Film Festival si contraddicono, il rischio che la situazione degeneri è tutt'altro che teorico. A me può anche andare bene: nuove storie nefande da raccontare. Meno bene andrebbe al sistema cinema di Torino, che in questo momento ha bisogno di una seconda crisi, dopo quella del Museo, come io ho bisogno di un calcio sui denti.

Smoking e tubino per la first coppia

In sala. Appendino con il marito: alla sua destra un distratto Damilano
Assente il tradizionale smoking di Alberto Barbera, il Tff non ha perso però l'unica black tie dell'inaugurazione: ha provveduto a fornirla il signor Appendino, cioé no, il marito di Chiara Appendino, al suo debutto da marito di primo cittadino (non so, si dice così? "Primo marito", come traduzione di genere di "first lady", mi suona vagamente iettatorio). Lei pareva un'altra: ha fatto pace con la parrucchiera, s'è infilata in un tubino nero senza maniche, ha dismesso il broncio da consiglio comunale, e vi assicuro che faceva spettacolo. E' stata persino cordiale con me e ci siamo fraternamente baciati. Insomma, un sollucchero. 

E il Chiampa si traveste da fafiuché

Il Chiampa, dal canto suo, ha fatto il Chiampa: niente cravatta e pass al collo. Dovendo partecipare ad un raduno di fafiuché (come lui ama definire gli intellettuali), ha pensato bene di travestirsi da fafiuché; o almeno come lui si immagina il look dei fafiuché. Scasciato. Purtroppo i fafiuché l'hanno preso in contropiede ed erano tutti incravattati, per cui quando sono apparso io con il mio golfino girocollo mi ha accolto come un fratello nella scasciataggine. Il Chiampa non era accompagnato dall'Antonellina Parigi, mi dicono a Stresa per altro impegno.

Minigonnone e barbe

Del vecchio potere comunale non ho visto nessuno, ad eccezione dell'ex presidente della Commissione cultura Luca Cassiani, che evidentemente ama il cinema al di là dei ruoli del momento. Ho pure avvistato la nuova presidente della Commissione cultura, Daniela Albano, fasciata in una minigonnona stretch da festa sulla spiaggia; e mi sembra di aver adocchiato il Versaci, il presidente del Consiglio comunale, ma da quando s'è lasciato crescere la barba non sembra più un cantante mod, per cui stento a riconoscerlo. Pervenuto anche il vicesindaco Montanari. Apprendo dai giornali che c'era l'assessore Leon, ma proprio non l'ho vista: sospetto che non faccia l'impossibile per incontrarmi.

La punkissima Emanuela

Un uomo con due dame. Salvatores tra Martini e Trinca
Che altro dire? La cerimonia è andata bene: l'Emanuela Martini come sempre punkissima, Jasmine Trinca madrina diligente. Momenti cult: l'omaggio a Bowie con un trio pianoforte-violino-violoncello; la clip che ricorda i poveri morti dell'annata (dio che annata: da Bowie a Cohen, da Kiarostami a Cimino, fino a Bud Spencer e al professor Severus Piton, mi sono perso un bel pezzo di vita...) ma soprattutto rende omaggio al papà del Festival, Gianni Rondolino; l'intervento del guest director Gabriele Salvatores, che fa il Salvatores ai massimi livelli ("Sarò un vecchio stupido hippy romantico ma credo ancora che una canzone, un film, un romanzo possono cambiarti la vita" è Salvatores allo stato puro). 
E su tutto giganteggia l'uscita di Emanuela Martini, che lascia il palco andando verso sinistra senza accorgersi che da destra è entrata la ragazza con il mazzo di fiori da omaggiare alla direttrice, mentre la gente in sala le grida "Emanuela, i fioriiii!".
Superpunk.

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