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DUNSINANE A PALAZZO DI CITTA'

Sul Corriere di oggi (qui il link) provo a trarre qualche conclusione d'ordine generale .- oserei dire "politico", se non mi scappasse da ridere - su quanto sta accadendo attorno al Regio, soprattutto alla luce della recente performance di Appendino in Consiglio comunale.
Qui vi riporto soltanto la conclusione del mio "ragionamento". Piuttosto shakespeariana, lo ammetto. Ma centrata, se si pensa alla jettatoria fama di cui gode negli ambienti teatrali una certa opera del bardo di Stratford (e del sommo Verdi).

Il commissariamento del Regio, giustificato con un bilancio che chiude in passivo di 2,5 milioni, ha deviato gli sguardi e cambiato i termini della questione. Sono scomparse o quasi dalle pagine dei giornali le cronache delle indagini su altarini ben poco edificanti, ma limitati alla gestione Graziosi e dunque alla responsabilità morale e politica, piena e diretta, di Appendino. Ora il dibattito si è spostato completamente - e provvidenzialmente, per Appendino - sull'annosa questione del "teatro che non sta in piedi", come lo ha definito il suo presidente, nonché sindaco di Torino, nonché Chiarabella. Manco stessero in piedi le altre fondazioni liriche...
Però l'antieconomicità del Regio ha un pregio straordinario agli occhi di lorsignori... Ogni passivo ha infiniti padri e infinite madri, e dunque è terreno fertile per il pensiero politico del rinfaccino, l'unico pensiero politico che oggi alligni nelle stanze dei Palazzi del potere. Tutti colpevoli (tranne me, beninteso) e vai con lo scaricabarile, per cui dopo giorni passati a sfancularsi reciprocamente i nostri eroi si chetano e tornano ad adagiare le pregiate chiappe sui soffici strapuntini, rivendicando con orgoglio la propria indiscutibile verginità.
Stavolta, però, l'arma di distrazione di massa ha avuto una vittima collaterale. Chiara Appendino commissariando il Regio si è esposta al fuoco per nulla amico dei suoi infidi compagni d'avventura; quella fazione dei cinquestelle ortodossi che, fin dai tempi della Tav e delle Olimpiadi, osteggiano la sua deriva moderata. "Revisionista", si sarebbe detto ai tempi del maoismo trionfante.
Anche l'altro giorno in Sala Rossa le pasionarie del Movimento - che pure non avevano banfato quando Appe aveva imposto Graziosi al Regio - si sono dissociate dal commissariamento, andando ancora una volta in direzione opposta alla linea del sindaco; come pochi giorni fa nella ridicola "guerra dell'Egizio", un fuoco di paglia acceso in apparenza per osteggiare il terzo mandato della Christillin alla presidenza del Museo, ma in realtà per mandare un messaggio trasversale contro un ipotetico terzo mandato di Appendino in Consiglio comunale. Mirabili esempi di politica politicante.
Il crepuscolo di Chiara Appendino affonda nell'ombra corrusca di un Macbeth in sedicesimo che non riesce tuttavia a divenir tragedia, avvinto nella banalità quotidiana dello sghignazzo. Lo shakespeariano "Non dormire più! Macbeth ha ucciso il sonno" trascolora e s'immiserisce nello "Stanotte non ho dormito. Ho una seria e sincera preoccupazione per il commissariamento del Regio" del post su Facebook di una consigliera cinquestelle colta da tardiva resipiscenza, e intanto ansiosa di sottolineare la frattura - ormai non più sottotraccia, e senza ritorno - fra il sindaco declinante e una maggioranza sempre meno sua. "Piccoli e grandi gli si rivoltano contro alla prima occasione, e gli resta accanto di malavoglia solo chi vi è costretto". E' ancora Shakespeare, è ancora il Macbeth: e sembrerebbe la cronaca politica della Dunsinane di piazza Palazzo di Città se solo ci fosse, fuori, l'esercito di Malcom da raggiungere, a cui unirsi. Ma Torino non ha più uno straccio di classe dirigente, figurarsi un Malcom. E i poveri attori continuano ad agitarsi in scena pavoneggiandosi per la loro ora, prima dell'oblìo, e trasciano di domani in domani, fino all'ultimo giorno prescritto, una storia narrata da un idiota, colma di strepito e furia, che non significa nulla.

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