Uscito ieri sul Corriere e non disponibile on line, ecco un classicone sempreverde:
«Sulla vicenda di Comala si è creato un precedente problematico: quando la Città indice bando pubblico lo fa per garantire trasparenza, parità di trattamento e certezza delle regole. Se dopo l'esito si apre una trattativa che porta il vincitore a rinunciare in cambio di uno spazio alternativo, il rischio è che il sistema dei bando perda credibilità», ha dichiarato un preoccupatissimo Andrea Russi (foto), capogruppo cinquestelle in Comune.
Desidero rassicurare Russi: nessun rischio, il sistema dei bandi non può perdere credibilità perché l'ha già persa da tempo immemorabile, sepolta sotto un'alluvione di bandi farlocchi, più truccati di una partita a poker in una bisca di Caracas, arrangiati, disattesi, rivoltati come calzini per adeguarne il risultato al volere del miserabile potere di turno.
Da una vita seguo con perverso interesse il teatrino dell'orrore di questi bandi – o manifestazioni d'interesse, avvisi pubblici e altre fanfeluche – sedicenti «trasparenti», e nei fatti foglie di fico di una politica furbastra che pretende di farsi gli affaracci suoi dandoci da bere - a noi, cittadini paganti e presi per i fondelli - di operare nel «pubblico interesse». E come no? Interesse, certo: ma di bottega.
Di gabole acchiappacitrulli ne ho viste di ogni, con o senza destrezza. Gradite qualche esempio? Tanto per rinfrescare le memorie labili, e in onore del preoccupatissimo Russi, comincerei dal bando del 2016 per la direzione del Museo del Cinema: fu vinto da Alessandro Bianchi ma il Comune pentastellato, sindaco Appendino, disse che Bianchi era «troppo vicino al Pd» (all'epoca i cinquestelle detestavano il Pd...), per cui il vincitore fu costretto a ritirare la sua candidatura, si fece un altro bando, ci fu un altro vincitore e pure quello si ritirò, finché al terzo tentativo pescarono uno che andava bene a lorsignori. Bianchi, peraltro, nel 2024 fu «risarcito» da Lo Russo con la nomina a presidente dello Stabile.
O vogliamo parlare di Paolo Giordano? Nel 2022 era vincitore annunciato della «manifestazione d'interesse» per la direzione del Salone del Libro ma venne indotto a lesta ritirata dalle resistenze del centrodestra (pareva troppo di sinistra...) e dalle interferenze (pardon, «gentili richieste») del geniale Sangiuliano: sicché, dopo scazzi e maneggi, lorsignori rinunciarono al bando e scelsero motu proprio la rassicurante Annalena Benini.
E che dire dell'«avviso», l'anno scorso, per la presidenza del Circolo dei Lettori, pubblicato una seconda volta perché alla prima chiamata non aveva partecipato colui che doveva vincere? Sempre a proposito di Circolo dei Lettori: nell'ottobre 2014 – allora la Regione, e di conseguenza il Circolo, erano governati dal centrosinistra – scrivo un post annunciando che la nuova direttrice sarà Maurizia Rebola. Un mese dopo, il Consiglio di gestione del Circolo si riunisce per esaminare le cinque candidature finaliste e sceglie, guarda caso, Maurizia Rebola. Sono un veggente?
Potrei continuare per ore, in un interminabile elenco di episodi sconcertanti, ridicoli, scandalosi, meschini, che coinvolgono ogni partito e fazione. La storiaccia del Comala è soltanto l'ennesima puntata di una pantomima avvilente; più deprecabile, semmai, in quanto faida interna alla sinistra con motivazioni oscure che preferisco non approfondire per non inzaccherarmi. Ma una cosa è certa: con buona pace del capogruppo Russi, il «sistema dei bandi» non rischia un bel niente: è sputtanato da tempo, e lo hanno sputtanato lorsignori tutti, nessuno escluso. Il più pulito ha la rogna.
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