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MIRACOLO A TORINO: PER LA PRIMA VOLTA SI PARLA (SERIAMENTE) DEL FUTURO. MALGRADO I PESI MORTI

Giovara, presidente della Commissione cultura
Direi che nessuno se n'è accorto: al momento non ne scorgo traccia sulle homepage dei quotidiani, e neppure sui canali del Comune. Eppure la seduta di ieri della Commissione cultura per certi versi ha segnato (vi prego, non ridete) una giornata storica. Per la prima, unica volta in questa consiliatura (e pure nella precedente, a dirsela tutta) ho sentito i rappresentati del popolo parlare in maniera seria, concreta e costruttiva, e senza mandarsi reciprocamente affanculo, del futuro di Torino. E (udite udite!) non del "futuro" che interessa lorsignori, quel futurino pidocchioso da morti di fame che si arresta al giorno delle elezioni comunali del 2021, giusto nella speranza di accalappiare qualche gonzo con la promessa di realizzare un bel dì ciò che non si è saputo neppure immaginare finora in anni e anni di inane vaniloquio. Bensì di un futuro solo in apparenza lontano; ma che certo non tocca il personale tornaconto di lorsignori; i quali, si spera, quando dovessero realizzarsi i progetti di cui oggi cominciano a ragionare saranno, loro, auspicabilmente fuori dai giochi politici e dediti a godersi le gioie della terza età.
Ieri, insomma, si è parlato di una visione. La visione che da troppo tempo Torino ha perduto. 

La Capitale europea della Cultura: riassunto delle puntate precedenti

Ora vi spiego: ieri in Commissione c'è stata la seconda di quelle audizioni di esperti che costituisco il primo, esplorativo step in vista di una possibile candidatura di Torino come Capitale europea della Cultura nel 2033. Un'ipotesi - scusate la vanagloria - che mi pregio d'aver avanzato per primo nell'estate del 2018. Lo feci - devo confessarlo - più che altro allo scopo di perculare l'ideuzza del cazzo, lanciata da Chiarabella tanto per darsi un tono, di puntare al titolo di "Capitale italiana della Cultura", come per quell'anno 2018 ci aveva provato Settimo Torinese, sfiorando il successo. Ebbi l'impressione che Chiarabella e i suoi coboldi non avessero idea della differenza abissale che corre fra i due titoli - europeo e italiano - e ritenni fosse mio dovere civico svelargliela.
Pensai che la cosa si chiudesse lì. O che alla peggio i nostri eroi avrebbero cocciutamente proseguito nel loro progetto e che ci saremmo ritrovati prima o poi a contendere l'improduttivo "titolo" italiano a qualche cittadina di provincia.
Lo Russo, capogruppo del Pd
Invece, sorpresone: passa qualche mese e a gennaio del 2019 quello che per me era un perculamento riemerge con tutti i crismi di una proposta politica seria, una mozione presentata dal capogruppo del pd Stefano Lo Russo e sottoscritta da tutte le opposizioni
E lì accade il primo miracolo: dopo i traccheggiamenti da copione, anche la maggioranza cinquestelle lancia cauti segnali di interesse, e a maggio l'assessore supplente Giovara conferma seppur cautelosamente l'intenzione di costruire "una road map condivisa e apartitica nei due passaggi di candidatura di Torino a capitale della Cultura Italiana ed Europea".
Roma non è stata fatta in un giorno. Ci vogliono ancora alcuni mesi prima che scompaia la pregiudiziale provincialotta e minimalista della "capitale italiana". Poi si arriva al secondo miracolo di questa magica storia: a novembre la mozione Lo Russo viene discussa e approvata senza contrasti in Commissione, e si assume anche l'inconsueta decisione di ascoltare le testimonianze di esperti in materia, per iniziare con il piede giusto la  costruzione della famosa "road map" verso il 2033.
La prima audizione si tiene il 10 gennaio, con Paolo Verri, il torinese che ha guidato la vittoriosa corsa al titolo di Matera 2019, e Juan Carlos de Martin per il Politecnico. Loro dicono cose serissime e importanti, sulle strategie e i contenuti; ma il comportamento infantile di alcuni dei consiglieri-commissari mi amareggia assai. Esco da quel primo round con la ferma convinzione che siamo nelle mani di un branco di dannosi bambocci e quindi non combineremo mai una benamata minchia di niente.

La seconda audizione

Quell'amaro ma realistico giudizio però oggi va parzialmente riveduto alla luce di quanto ho visto e ascoltato in Commissione, durante il secondo incontro con gli esperti. Stavolta erano stati invitati Alessandro Bollo, oggi direttore del Polo del Novecento ma che in passato ha collaborato con Verri alla candidatura di Matera 2019; Giulia Carluccio, pro-rettore dell'Università e presidente dell'Aiace Torino; e Pieluigi Sacco, docente di Economia della cultura alla Iulm e direttore del gruppo che ha lavorato per la candidatura di Siena a Capitale europea 2019
Anche da loro sono arrivati suggerimenti importanti e soprattutto molto, ma molto concreti. E un concetto che penso dovrà guidare ogni futura mossa: la candidatura sarebbe un valore in sé, indipendentemente dal successo finale, perché significherebbe immaginare cosa sarà Torino fra tredici anni, preparare il futuro, dare un'identità forte e riconoscibile alla città, anticipando le sfide che verranno. Vasto e ambizioso programma; ma se ce la faremo, potrebbe essere la nostra salvezza.

E Maiunagioia mi dà una grande gioia

Leo, assessore alla Cultura
Stavolta, però, le parole e i comportamenti che più mi inducono a ben sperare sono arrivati - ecco il quarto miracolo - dai politici. La Francesca "Maiunagioia" Leon ha chiuso l'incontro con parole che, nelle mie personali classifiche, le hanno fatto risalire innumerevoli posizioni: ha chiesto unità d'intenti fra tutte le forze politiche, culturali e sociali non soltanto della città ma dell'intero Piemonte; il coinvolgimento in primis della Regione; una condivisione tale da garantire il progetto al di là e al di sopra di ogni rivolgimento, alternanza, terremoto amministrativo e di governo. E Lo Russo si è detto completamente d'accordo con lei nell'immaginare l'eventuale candidatura come una strada da fare tutti insieme, senza badare all'interesse di bottega né rivendicare meriti a questo o quel partito, a questa o quella fazione.
Non so se lorsignori se ne sono resi conto. Ma, una volta tanto, hanno fatto dei discorsi da politici veri, nel senso nobile e desueto del termine: politici che pensano alle prossime generazioni, e non alle prossime elezioni.
Se ci riusciranno, vorrà dire che questa consiliatura, altrimenti destinata all'oblìo dei posteri, non sarà trascorsa invano.

I pesi morti

Devo aggiungere, per completezza di cronaca e per togliere un po' di indoratura alla pillola, che purtroppo certe visioni sono troppo alte per alcune testoline. Come spesso accade quando in Commissione si parla di temi davvero importanti, i consiglieri-commissari presenti anche ieri erano pochini. E di quei pochini, due o tre davvero inutili e irrispettosi. Mentre si discuteva del futuro di una comunità, spiccava come una cacca su un tappeto persiano il fitto chiacchiericcio di due consigliere evidentemente convinte di essere nel proprio budoir. Delle due allegre comari non rivelo i nomi, perché loro non sono nessuno, non contano un cazzo e non meritano neppure una popolarità negativa; né pubblico le foto che le ritraggono intente ai loro amabili conversarii perché io non sono Salvini e non vado in giro a sputtanare il prossimo. Devo però dire che mi ha assai irritato vederle così sfrontatamente sbattersene; e altrettanto mi ha irritato un terzo consigliere, un tipetto tarchiatello, che per l'intera seduta ha ostentato indifferenza, andando e venendo dalla sala, o scrivendosi i fatti suoi sul pc. Sentite, ragazzi, quando convocate qualcuno in Commissione poi se non altro fate finta di ascoltarlo: è anche una questione di educazione. Se siete cafoni di natura, sforzatevi di nasconderlo almeno in certe circostanze. Sennò rischiate che prima o poi vi arrivi il fumantino che s'incazza e vi smolla uno strameritato ceffone.
Poco male, però: loro beccheranno comunque il loro sudato gettone di presenza, e il progetto non patirà certo la mancanza del loro contributo ideativo. L'importante, per costruire una road map credibile, sarà liberarsi al più presto dei pesi morti. 

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