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CATENE AL COLLO E CONDISCENDENZA ZERO

Troppa grazia, Sangiuliano. Dopo il Museo del Cinema, adesso il fine dantista ci ha fatto sapere, tramite il fido direttore generale Osanna, che il MinCul(pop) intende entrare anche nella compagine sociale del Museo del Risorgimento. Ripeto per Palazzo Carignano quanto ho già scritto a proposito della Mole: tanto entrismo ministeriale non mi entusiasma (timeo Danaos et dona ferentes, come dicevano i troiani davanti al cavallone) ma prendo atto e spero che almeno la catena che ci mettiamo al collo sia d'oro massiccio, ovvero che Sangiu, se ci riesce, non faccia troppi danni e intanto scucia tanti bei dindini per rimettere in sesto i nostri malconci musei. Problema, quello dell'arretratezza strutturale del sistema museale torinese, che ho approfondito in un articolo sul Corriere uscito ieri e centrato sulle dichiarazioni di Massimo Broccio, presidente della Fondazione Musei, davanti alla Commissione cultura. L'articolo non è disponibile on line, e di conseguenza lo ripubblico, con il dovuto ritardo ma in versione extended, qui sul blog:

Qualche giorno fa Massimo Broccio, all'esordio davanti alla Commissione cultura del Comune nel suo ruolo di presidente della Fondazione Torino Musei, ha inaugurato uno stile nuovo nei rapporti fra governance culturale e politica: lo stile della “condiscendenza zero”, dove a zero stanno le chiacchiere. Nulla di rivoluzionario se parametrato al normale e sano confronto fra azionisti e manager di un'azienda privata; ma inconsueto per le dinamiche patologiche finora sperimentate a Torino nell'interlocuzione fra il potere politico-amministrativo e i vertici degli enti culturali partecipati. “Condiscendenza zero” significa dire le cose come stanno e non come i politici vorrebbero sentirsi dire che stanno. In Commissione i consiglieri comunali, dopo aver ascoltato Broccio esporre il suo piano di rilancio e rinnovamento della Fondazione, ponevano domande di corto respiro ma di sicuro effetto (tipo la classicissima “a quando una grande mostra?”), dimostrando così di non aver capito nulla della disastrosa condizione dei tre Musei Civici a lungo abbandonati a se stessi, con risorse economiche da pura sopravvivenza, arretrati sotto l'aspetto tecnologico, con strutture organizzative e gestionali farraginose e antiquate. Musei novecenteschi, inadeguati al mondo nuovo. In termini manageriali, un'impresa decotta che solo una ristrutturazione radicale potrebbe – nel medio-lungo periodo – salvare dalla decadenza e in ultimo dal naufragio.
In analoghe circostanze ho ascoltato presidenti e direttori delle nostre istituzioni culturali rifilare ai consiglieri - ignari o farisaicamente ipocriti - risposte tanto consolatorie quanto improbabili; risposte alle quali nessuno – né chi le dava, né chi le ascoltava – credeva davvero, epperò consentivano a ognuno di far finta che, in fondo in fondo, tutto andasse bene, o almeno non troppo male.
La “condiscendenza zero” di Broccio si concretizza invece, alla rituale domanda sulle mostre future, nella secca rappresentazione della realtà: nell'attuale situazione di bilancio, la Fondazione Musei può mediamente destinare alle attività espositive di un intero anno, per ciascuno dei tre musei, una cifra inferiore a quella che un normale museo stanzierebbe per la sua mostra meno costosa. Ma nel 2023, con il rinnovo del contratto di lavoro del personale (+700 mila euro) e l'aumento delle bollette (+400 mila euro), la fetta di budget destinato alla produzione culturale s'è ancora assottigliata. Broccio non smercia chiacchiere, ma crudi dati: otto anni fa i contributi pubblici alla Fondazione erano pari al 150 per cento dei costi del personale, oggi ne coprono a malapena l'80 per cento. Aggiungo io, per quantificare la miseria: Monet alla Gam, l'ultimo vero blockbuster che Torino ricordi (oltre 260 mila ingressi nel 2015/16), costò due milioni di euro; Pompei a Palazzo Madama, l'anno scorso, meno di 200 mila.
Morale: prima di vagheggiare chissà quali exploit, si dovrà investire (e non poco) sulla macchina, per renderla competitiva e capace alla lunga di produrre reddito. E questo non si farà in un mese, e neppure in un anno: nel migliore dei casi di anni ne occorreranno almeno tre, a condizione che gli investimenti siano adeguati agli obiettivi, e che gli obiettivi vengano perseguiti con serietà, professionalità e lungimiranza. Sennò teniamoci pure i nostri stracci e raccontiamoci che sono i vestiti nuovi dell'imperatore.
A questo punto voglio riferirvi ciò che mi ha detto l'assessore Purchia – un'altra che, quand'era commissaria del Regio in sfacelo, aveva impostato su una linea di rude sincerità i suoi rapporti con i consiglieri comunali – allorché, giusto al termine dell'audizione di Broccio, le ho domandato per qual motivo la famosa mostra sul Giappone - miseramente naufragata (mai verbo fu più appropriato) per via delle infiltrazioni d'acqua alla Promotrice delle Belle Arti – non si fosse tenuta al Mao, che in quanto Museo d'arte orientale sembrerebbe sede più acconcia per una simile esposizione. “Ma dove potevano farla?”, è stata la disarmante spiegazione dell'assessore. Già: né il Mao, né Palazzo Madama, né la dissestata Gam, dispongono di uno spazio adeguato per una Grande Mostra: il più ampio, la Sala del Senato di Palazzo Madama, non arriva a 500 metri quadrati, manco un terzo delle superfici espositive delle Scuderie del Quirinale a Roma e del Palazzo Reale a Milano.
E sorvolo per carità di patria sulle condizioni generali dei musei torinesi: troppi, fra quelli aperti - per non dir dei non pochi chiusi da anni – sul piano delle strutture e delle nuove tecnologie fanno acqua da tutte le parti. E non solo la Promotrice.
“Condiscendenza zero”, dunque: per piantarla una buona volta di raccontarci ciò che non siamo, e lavorare per diventare ciò che vogliamo essere. Guardiamola in faccia, la realtà: e se sarà dura, sarà pur sempre uno sprone a risalire, anziché continuare a scavare.

Commenti

  1. I soloni consiliari e quei i geni dei direttori museali vadano a vedere cosè l'M9 di Mestre, città con un decimo degli abitanti rispetto a Torino che in Italia in pochi sanno pure dov'è, per capire cosa sia un vero spazio espositivo-museale-multimediale moderno e poi ne riparliamo.

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  2. Una fotografia che non potrebbe essere più che a fuoco con particolari che solamente gli stolti non sono in grado di vedere. Forse non guardano neppure la fotografia.

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