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COME GLI ALPINI IN RUSSIA (DAL NOSTRO INVIATO A CASA SUA)

Oggi niente sorrisi, mi spiace. Ma ho deciso di scrivere il diario di ciò che vedo, faccio e sento nella mia reclusione. E quello che m'è capitato ieri non può far sorridere. Tutt'altro. Ieri ho parlato con il mio medico di base, il mio curante. Non mi ha raccontato nulla che già non si sapesse. Purtroppo lo sentiamo ripetere tutti i giorni in televisione, che ai nostri medici - e non soltanto quelli degli ospedali, ma anche le migliaia di medici di famiglia che sono il primo presidio, quelli che vanno sul terreno, dove il male può essere lì, in agguato, nel paziente che stanno visitando - ai nostri medici, dicevo, e ai nostri infermieri, mancano gli strumenti per proteggersi dal contagio. Però un conto è ascoltare certe storie in televisione, dove tutto sembra lontano, mediato, fuori da noi; altro sentirle dalla viva voce di chi si conosce, di chi abbiamo frequentato nella vita di prima e adesso è lì, in prima linea, a combattere ogni giorno una battaglia disperata e disperante. 
Dopo quella telefonata non pensavo ad altro, non riuscivo a togliermi dagli occhi l'immagine di un uomo che rischia la vita anche per me, e per mille altri estranei che ha giurato di difendere fino all'estremo, anche a costo della vita. E affronta la battaglia con strumenti fragili, inadeguati: per questo mi è venuto spontaneo di avvicinare - il paagone non offenda nessuno - i sacrifici dei nostri medici e infermeri a quello dei nostri soldati in Russia, spediti senz'armi né equipaggiamenti adeguati ad affrontare un immane conflitto.
Così ho scritto l'articolo di oggi per il Corriere. E scusatemi ancora, se non vi regalerà almeno un sorriso in una giornata già con pochi motivi per sorridere. Ma mi sembrava giusto così.
Aggiornamento: adesso almeno faranno i tamponi.

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