Arte utile: bici per gite da camera in gruppo (vista ad Artissima) |
Nel labirinto di The Others |
Il secondo articolo è una riflessione (un'altra!, direte voi...) sul tema delle Grandi Mostre. Capisco che insistere troppo alla lunga strema. Ma il problema esiste ed è complesso: e sono dell'idea che in certi casi - beh, in realtà in tutti i casi... - è meglio esagerare con le riflessioni e le discussioni, piuttosto che con le decisioni sconsiderate e le minchiate che ci vengono tanto bene ma non risolvono nulla.
E bon, ecco i due articoli:
(Corriere Torino, sabato 5 novembre)
Massimo Broccio |
Proprio ad Artissima, durante il giro inaugurale delle autorità, mi imbatto in Broccio e con una manovra aggirante lo separo dal codazzo di assessori direttori presidenti, nel tentativo di indurlo all'intervista. Lui è gentile, amichevole: addirittura ricorda un nostro precedente incontro, anni fa, che io avevo completamente dimenticato; e questo, credetemi, è invidiabile sintomo di memoria di ferro in chiunque, e di rara cortesia in chi assurge a posizioni di rilievo. “Però niente interviste - si schermisce il presidente in pectore. - Non adesso. Non amo parlare prima di fare: preferisco fare e poi, semmai, parlare”.
Lo capisco benissimo. Se l'impresa è dura, meglio astenersi dai proclami. Già ci vuole un coraggio eroico, oggi come oggi, per beccarsi il fardello della presidenza della Fondazione Musei, con tutti i problemi annessi e connessi. Lui annuisce: “È un incarico complicato, una sfida complessa...”. Poi non si tiene, e aggiunge: “Ma le sfide non mi spaventano, cercherò di dare il mio piccolo contributo con tutto il mio impegno, e con una visione di ciò che vuole essere la Fondazione non l'anno prossimo, ma nei prossimi dieci o quindici: siamo in un momento di cambiamenti epocali, dobbiamo immaginare come saranno i musei nel futuro...”.
E come saranno?, lo stuzzico. “Io ancora non lo so – risponde - ma ho ben chiaro un concetto: non è Massimo Broccio che decide da solo il da farsi. Io posso sovrintendere, stimolare: però i risultati si ottengono soltanto se si rema tutti insieme, nella stessa direzione”.
Tanto più adesso che le correnti contrarie sono fortissime, chioso io: inflazione e caro bollette saranno un problema in più, e non certo il minore... “Anzi, rischia di rivelarsi insuperabile – conviene Broccio. - E aggiungo che un altro punto irrinunciabile è l'inclusione: l'arte, la cultura, sono un perno di sviluppo sociale, e in ciò i musei hanno un ruolo strategico”. Di 'sti tempi, poi..., osservo. Lui annuisce: “Quindi sarà fondamentale uno sforzo di tutti. Le potenzialità ci sono, la materia prima c'è. Anche le istituzioni faranno la loro parte. Ripeto: alla base di tutto dev'esserci il dialogo, la condivisione. Io lavoro così. Serve il gioco di squadra, serve un metodo, non è che arriva uno e imposta questa o quest'altra modalità... È importante avviare un processo trasparente, con tutti gli stakeholders, con la squadra, con le persone giuste: così si può provare a far qualcosa. Il mio primo obiettivo, da presidente, sarà ascoltare chiunque possa dare un contributo valido, un'opinione, un punto di vista particolare; pensi mi sono già tirato giù una lista di almeno una trentina di interlocutori...”.
E allora, provoco io, dia retta pure a un trentunesimo che non conta niente: prima di tutto si occupi della Gam, che definire “malconcia” è un garbato eufemismo. “Certo – riconosce Boccio. - La Gam va rilanciata, la volontà c'è”. Eccome se c'è, puntualizzo: l'assessore Purchia non ci dorme la notte... “Però – conclude lui - la Gam ha un problema di edificio, di struttura, e ovviamente bisogna metterci mano; ma chiariamoci come. Serve lungimiranza. Sono andato a ristudiarmi come nacque la Gam nel 1959, già in quel progetto si scoprono spunti interessanti: c'era una visione sul futuro, in quell'edificio così innovativo per l'epoca. Da lì si deve ripartire”.
Grandi Mostre: dal Tanto al Tutto
(Corriere Torino, 4 novembre)
Torino vive con orgoglio il suo novembre d'arte, sfavillante di fiere, mostre, musei, festival, luci. Ma anche di irrisolte contraddizioni. Non so quanto il sofisticato pubblico internazionale dell'arte contemporanea, in città per Artissima e dintorni, apprezzerà lo strapaese di Cioccolatò in piazza San Carlo, tendopoli in faccia allo scrigno delle Gallerie d'Italia; oppure il vociante kindergarten tennistico accanto a un Palazzo Madama già azzoppato dal cantiere dei restauri. Ma la contraddizione più evidente sta nella sconcertante fattualità di una Torino che fa dell'arte un asset strategico, eppure non compare da anni nelle classifiche delle mostre più visitate in Italia.
Il tema delle Grandi Mostre è oggetto del dibattito culturale, e pure politico, da anni. Dibattito peraltro ozioso - se affrontato secondo schemi tradizionali - in una città che ha rischiato di perdere l'importante mostra di Constable per l'avvilente motivo che la Fondazione Torino Musei non poteva sostenerne il costo, relativamente modesto, di 400 mila euro. Se siamo messi così male, di quali Grandi Mostre stiamo a parlare? Un blockbuster vero, da 3-400 mila visitatori, presuppone un investimento, minimo minimo, di due milioni. Senza denari, le chiacchiere stanno a zero.
Non sarebbe quindi più utile ripensare la strategia, osservando le cose da un diverso punto di vista? A Torino il sistema dell'arte nel suo complesso – musei pubblici e privati, le fondazioni, associazioni – propone a getto continuo mostre, spesso di livello medio-alto, talora altissimo, che tuttavia non hanno di per sé, prese singolarmente, la forza per competere con i colossi milanesi, romani e fiorentini. Ma forse una regìa e una promozione ben orchestrate potrebbero trasformare un Tanto frammentato e caotico in un Tutto coerente (Urbem fecisti quod prius orbis erat, diceva il vecchio Rutilio...) raccontando in Italia e in Europa una “Grande Mostra Torino” permanente mobile fluida.
Ciò però implicherebbe seri investimenti in una comunicazione capillare ed efficace. L'esatto contrario di quanto s'è fatto finora a Torino: l'ultimo tentativo di Grande Mostra – Mantegna a Palazzo Madama, vanificata dal covid – costava due milioni, e destinava alla promozione 200 mila euro. Ridicolo. Come avere la Ferrari ma non i soldi per la benzina. E le strategie comunicative? Vogliamo parlarne? Con trovate del tipo “Torino che spettacolo” o “so much of everything” (slogan perfetto per un minestrone surgelato) non si va lontano. È tempo di cambiare, di giocarsela da professionisti fra i professionisti. Con un progetto vero che vada oltre le rivalità di bottega e i tafazzismi del vorrei-ma-non-posso.
Il tema delle Grandi Mostre è oggetto del dibattito culturale, e pure politico, da anni. Dibattito peraltro ozioso - se affrontato secondo schemi tradizionali - in una città che ha rischiato di perdere l'importante mostra di Constable per l'avvilente motivo che la Fondazione Torino Musei non poteva sostenerne il costo, relativamente modesto, di 400 mila euro. Se siamo messi così male, di quali Grandi Mostre stiamo a parlare? Un blockbuster vero, da 3-400 mila visitatori, presuppone un investimento, minimo minimo, di due milioni. Senza denari, le chiacchiere stanno a zero.
Non sarebbe quindi più utile ripensare la strategia, osservando le cose da un diverso punto di vista? A Torino il sistema dell'arte nel suo complesso – musei pubblici e privati, le fondazioni, associazioni – propone a getto continuo mostre, spesso di livello medio-alto, talora altissimo, che tuttavia non hanno di per sé, prese singolarmente, la forza per competere con i colossi milanesi, romani e fiorentini. Ma forse una regìa e una promozione ben orchestrate potrebbero trasformare un Tanto frammentato e caotico in un Tutto coerente (Urbem fecisti quod prius orbis erat, diceva il vecchio Rutilio...) raccontando in Italia e in Europa una “Grande Mostra Torino” permanente mobile fluida.
Ciò però implicherebbe seri investimenti in una comunicazione capillare ed efficace. L'esatto contrario di quanto s'è fatto finora a Torino: l'ultimo tentativo di Grande Mostra – Mantegna a Palazzo Madama, vanificata dal covid – costava due milioni, e destinava alla promozione 200 mila euro. Ridicolo. Come avere la Ferrari ma non i soldi per la benzina. E le strategie comunicative? Vogliamo parlarne? Con trovate del tipo “Torino che spettacolo” o “so much of everything” (slogan perfetto per un minestrone surgelato) non si va lontano. È tempo di cambiare, di giocarsela da professionisti fra i professionisti. Con un progetto vero che vada oltre le rivalità di bottega e i tafazzismi del vorrei-ma-non-posso.
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