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ANCORA SALONE: LA PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO

Nella foto: il direttore del Salone del Libro Nicola Lagioia, simpaticamente
travestito con una folta barba, riceve l'iscrizione dell'ad della Mondadori
Beh, oggi è giornata di sciocchezzuole salonistiche: e a proposito di soldi e Salone del Libro mi corre l'obbligo di registrare le lamentele di alcuni piccoli editori che fanno parte dell'Associazione Amici del Salone. Sono quelli, per intenderci, che l'anno scorso rimasero fedeli alla manifestazione torinese, dandole la spinta per ripartire e battere la concorrenza di Milano. 
Si lamentano non perché la quota d'iscrizione è aumentata - questo era previsto - ma perché per loro è aumentata di più. Nel 2017 gli Amici del Salone  pagavano 200 euro, mentre la tariffa per chi non aveva aderito all'Associazione era di 360 euro. Adesso gli Amici del Salone pagano 250 euro, mentre ne pagano 400 i "non Amici": tra i quali rientrano senza dubbio i vari Mondadori & combriccola che nel 2017 scelsero tronfi a Milano e nel 2018 rientrano mogi all'ovile. Certo, gli Amici continua a pagare meno. Però l'aumento per loro è del 25 per cento, per i "non Amici" soltanto dell'11 per cento. 
Nel 2016, prima della "pugnalata alle spalle" di Milano e della controffensiva torinese a botte di prezzi stracciati, la quota d'iscrizione era di 450 euro per tutti; un riallineamento al mercato ci sta pure. Ma gli Amici del Salone si sentono un po' come il fratello maggiore del figliol prodigo. Il povero fesso che rimane a farsi il culo nella casa del padre mentre l'altro prima se la spassa a donne e champagne e poi torna con la coda fra le gambe; e papino anziché un paio di meritati ceffoni gli rifila il vitello grasso.

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