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LA TORINO DEL RAPPORTO ROTA O LA TORINOSTRATOSFERICA? IL DECLINO CE LO CERCHIAMO

I cattivoni. "Milano non può continuare a volerci scippare tutto"
Il diciannovesimo Rapporto Giorgio Rota 2018 su Torino è stato presentato venerdì scorso. Come al solito se ne è parlato molto, e con preoccupazione, perché descrive una città dalla quale cominciano ad arrivare brutti segnali di declino anche in settori come il turismo e la cultura che - almeno nella narrazione della politica - dovevano rappresentare una forte alternativa sociale ed economica per la città post-industriale. 

Occhio: quella è la città di Fassino, non di Appendino

Seguendo un prevedibile copione, gli scomodi ma inoppugnabili dati statistici del Rapporto Rota sono diventati terreno di scontro politico (meglio: di bottega). Ho letto qua e là scontati commenti di esponenti del pd che addossano a Chiarabella & Co la responsabilità del declino. Sembra che pochi si siano resi conto che il Rapporto Rota 2018, per valutare il settore "Turismo, cultura e tempo libero", si basa perlopiù su dati statistici del 2016, più raramente del 2017 (solo trattando di airbnb e parchi tematici dispone dei numeri del 2018).
(Aggiungo per inciso che alla voce "mostre" il Rapporto Rota incappa in un misunderstanding metodologico che ho descritto nell'articolo pubblicato stamattina sul Corriere: un "bug" che riguarda le mostre al Museo del Cinema e che avevo già segnalato lo scorso anno esaminando il report dell'Osservatorio Culturale).
In sostanza il Rapporto Rota 2018, almeno per il lavoro culturale, fotografa i risultati ultimi delle politiche fassiniane. Politiche, mi prendo il gusto maligno di ricordarlo, che perculavo con rassegnata regolarità, beccandomi le onorifiche medaglie di Cassandra e nemico del regime.
Questo per la precisione. 
Il che non toglie che quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini, sicché l'amministrazione Appendino ha proseguito, con modalità solo per alcuni versi differenti, l'opera di Fassino. In attesa dei prossimi rapporti Rota, dati e fatti attuali ci raccontano ogni giorno come siamo messi.

Dalla tracontanza al vittimismo: come cambiano le strategie giustificatorie

La differenza più significativa tra la narrazione fassiniana e quella appendinana consiste nella strategia giustificatoria. 
In Filura prevaleva l'ubris: ovvero la tracotante certezza di essere i più fighi e i più furbi, infallibili e imbattibili, siamo una squadra fortissimi fatta di gente fantastici, e tutti gli altri coglioni. I risultati si sono visti. 
Anche Chiarabella ogni tanto ci prova, a fare la gradassa, ma è evidente che non ci crede neppure lei. E difatti prevale, nelle sue autoassoluzioni, il tema delle colpe degli altri: non sono io che combino minchiate, sono gli altri che sono cattivi. Una strategia ben nota a chiunque abbia frequentato l'asilo ("Signora maestra, Pierino mi fa i dispetti!") ma che in ambienti adulti alla lunga mostra la corda.

I milanesi cattivoni e la furbizia di Garibuja

Proprio durante la presentazione pubblica del Rapporto Rota la Nostra ha indicato al popolo il nemico numero uno: Milano. "L'atteggiamento aggressivo del capoluogo lombardo certo non aiuta. Milano non può continuare a volerci scippare tutto", ha dichiarato. Insomma, la causa dei nostri mali sono i milanesi cattivoni che ci portano via le cose. 
Devo riconoscere al mio sindaco un'intelligente empatia con i suoi cittadini: fin da bambino, come ogni bambino torinese, anch'io ho imparato a temere i milanesi malignazzi che ci portano via la moda, i grissini e la scatola del Lego. Però, crescendo, ho anche imparato altro: ad esempio che chi si fa pecora il lupo lo mangia, e che Garibuja era un cretino perché nascondeva i soldi nelle tasche degli altri. 
L'arciodiatrice dei bauscia ha indicato infatti il Salone del Libro come evidente tentativo di scippo, stavolta abilmente sventato dai bravi torinesi ("Penso al Salone del Libro, sul quale abbiamo vinto la battaglia"). Mi corre l'obbligo di ricordare che il progetto milanese di un salone del libro alternativo sotto la Madonnina (lo "scippo") fu conseguenza delle convulsioni del Salone torinese, dilaniato dalla politica e dai suoi stessi errori. 
Più in generale si pone l'amletico dubbio: sono loro che sono cattivi, o siamo noi che siamo fessi?

Ampie visioni e gite a Villefranche

Sta di fatto che per i rappresentanti eletti di questa sventurata città il "dibattito" (virgolette d'obbligo) su Torino e i suoi destini non si schioda dalla polemica politica di bassissimo livello, e da visioni e progetti desolatamente angusti, provinciali, novecenteschi: vi ho mille volte raccontato il disinteresse e l'incomprensione verso realtà di respiro e visione davvero internazionali come Club to Club o View da parte di "decisori" politici la cui visione non valica il Moncenisio e il cui respiro internazionale non va oltre il soggiorno-studio a Oxford e la gita a Villefranche. 

Storie di un'altra Torino possibile

Eppure in questa sventurata ex metropoli intelligenze e progettualità rimangono, e sono vive, benché largamente inascoltate. Nel weekend appena concluso, mentre lorsignori s'accapigliavano sulle responsabilità del mesto profilo di Torino tratteggiato dal Rapporto Rota, a Torino c'è stato il festival "Utopian Hours" organizzato da Torinostratosferica: a ingresso gratuito, con un budget di 100 mila euro di cui 40 mila dalla Compagnia di Sanpaolo e 60 mila da sponsor privati, e ovviamente neppure un centesimo dagli enti pubblici.
Torinostratosferica è un think tank, un progetto di city imaging, un laboratorio collettivo di menti creative, qualificate e indipendenti che si pongono una semplice domanda: come vorremmo che fosse la nostra città nel futuro? E azzardano risposte originali e contemporanee - alcune realizzabili, altre utopiche - per Torino.
La politica non c'entra. Contano le idee. A "Utopian Hours" hanno parlato trenta relatori di valore e esperienza internazionale, arrivati da tutta Europa, dagli Usa e dal Canada: esperti, studiosi e visionari del cambiamento urbano, gente come lo scrittore Aaron Foley da un anno e mezzo primo Chief Storyteller ufficiale che dà voce a Detroit, o Martin Barry responsabile di progetti innovativi nel centro di Praga, o ancora Jeff Stein direttore di Arcosanti, la città utopica costruita in Arizona dall'architetto torinese Paolo Soleri, o Mikael Colville-Andersen, uno dei più reputati e innovativi esperti mondiali di mobilità urbana... 
Insomma, per un pubblico amministratore c'era tanto da imparare. E mi fa piacere segnalare che tra il pubblico di Utopian Hours si sono visti gli assessori Patti, Sacco, Giusta e Leon, alcuni consiglieri comunali, nonchè sindaci e altri rappresentanti di Comuni del Torinese. Un'attenzione maggiore rispetto al passato, e quindi ancora più confortante.

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