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CINEMA E TEATRI, LE FACILI VITTIME


Ho trascorso l'intera mattinata sorbendomi l'infernale profluvio di news e dibattiti sul nuovo Dpcm che impone un mezzo lockdown (massì, chiamiamolo col suo nome!).
Vorrei farvi notare due aspetti significativi della faccenda.
Primo aspetto, peraltro scontato: le attività produttive che subiscono un lockdown integrale (chiusura e stop, fino a nuovo ordine) sono movida (e relativi locali), palestre, teatri e cinema - più il semi-lockdown per bar e ristoranti. Ora: non ho mai messo piede in una palestra, quindi dichiaro la mia totale incompetenza in materia e mi astengo da qualsiasi giudizio sull'utilità del provvedimento.  Comprendo la stretta sulla movida: chiunque sia passato un sabato sera in piazza Vittorio non può che considerarla sensata e inevitabile. Quanto a bar e ristoranti, quest'estate ci sono andato pochissimo, e quelle rare volte non mi è piaciuta la situazione. Ma questo dipende anche dalle mie idiosincrasie: non mi è mai piaciuto - e non solo in tempo di covid - mangiare in mezzo agli estranei.

In compenso ho una certa esperienza in materia di cinema e teatri, e sono fermamente convinto che chiuderli sia una madornale stronzata. Ho spiegato le ragioni di tale convincimento in un articolo sul Corriere di qualche giorno fa. Non solo nei teatri (almeno in quelli che dopo l'estate hanno voluto riaprire, seppure già mortalmente penalizzati dal fatidico tetto dei duecento spettatori) e nei cinema si applicano tutte le misure preventive con teutonica rigidità (il che non si può dire di altri contesti, ivi compresi il trasporto pubblico e certi uffici dell'amministrazione statale e locale); ma - ciò che più conta per me - teatri e sale da concerto non sono usualmente frequentati da una massa bovina di deficienti casinari, bensì da persone civili che si attengono alle regole, non si credono invulnerabili e non si sputazzano in faccia.
Ho riferito l'altro giorno che il sito specializzato Celluloid Junkie (celluloidjunkie.com) ha pubblicato una analisi - basata su dati ufficiali - dalla quale risulta che a oggi, dall'inizio della pandemia, non si riesce a scovare, a livello mondiale, su circa cento milioni di persone che hanno assistito a una proiezione, neppure un singolo caso accertato di contagio diretto. Zero.
Nell'articolo affermavo che "solo chi non ha mai messo piede né in una discoteca né in un teatro può far d'ogni erba un fascio ed equiparare sul piano del rischio-contagio il popolo del Regio a quello del Billionaire". Non so se e quanto i nostri politici - maggioranza e opposizione - frequentino i teatri, mentre ho alcune certezze riguardo ai frequentatori di discoteche. E infatti, come previsto e prevedibile, il lockdown realoaded colpisce subito i teatri e i cinema (le discoteche sono chiuse da tempo in seguito alle belle performance estive) mandando in rovina (a questo punto temo definitiva) lavoratori e imprenditori dello spettacolo. Sopravviveranno soltanto i teatri pubblici, sovvenzionati da Stato e enti locali, e i cinema delle grandi catene, che hanno le riserve per resistere. Gli operatori privati sono allo stremo, già provati dal lockdown di primavera: per tanti di loro la seconda ondata sarà fatale.
Si sapeva che finiva così: la politica non ha mai considerato la cultura un bisogno primario, e oltretutto la detesta intimamente perché istiga i sudditi a diventare cittadini.
E da ciò discende il secondo aspetto. Quello che m'ha fatto incazzare. Per l'intera giornata ho sentito politicanti d'ogni colore, dotti, medici e sapienti disquisire, sentenziare, proporre, stigmatizzare, sottolineare, rilevare, rivelare, distillare perle di saggezza e sparare minchiate a raffica: e nemmeno uno, dico uno, che abbia speso una parola, un flatus vocis, un istante del suo inutile tempo, per muovere qualche obiezione alla chiusura dei cinema e dei teatri. 
Niente. Giuste ambasce per il destino dei commercianti, vivo allarme per le sorti dei ristoratori (ambasce e allarme giustificatissimi, ci mancherebbe) però manco uno dei pomposi coglioni blateranti s'è peritato di mettere in dubbio il granitico dogma per cui teatri e cinema sarebbero focolai epidemici. Da chiudere e stop, come una qualsiasi piazza della movida. Inutile ragionare, inutili gli appelli accorati come quello di Cultura Italiae. Dagli all'untore, c'est plus facile. Meglio ancora se l'untore è alieno: e sappiamo bene quanto la cultura sia aliena alla maggioranza del paese.
Adesso, però, almeno si intervenga per salvare il salvabile, in un settore già in ginocchio, fatto in gran parte di piccolissimi imprenditori e lavoratori autonomi e occasionali che non possono manco sperare nella cassa integrazione. E quando parlo di interventi non mi riferisco - per esempio - alla troiata di rinviare il pagamento dei canoni a dicembre, "intervento" che fa pena e pietà. Intendo interventi veri, mirati, rapidi. A partire dai bandi ordinari per le sovvenzioni regionali ex legge 11/2018, che il settore sta aspettando da maggio. Dico DA MAGGIO. 
Infine mi preme di sottolineare che andare al cinema o a teatro non è un obbligo: chi non si fida, chi teme comunque il contagio, chi per condizioni d'età o salute è particolarmente esposto (io, a esempio) può benissimo non andarci. In questo periodo non ci sono andato, e nessuno è venuto a prelevarmi a casa con le armi spianate. Chiudendo cinema e teatri il governo - ad onta delle frasi ad effetto a favore dei teleutenti, tipo "gli italiani non sono dei bambini" - afferma nei fatti di considerare il popolo un bambino irresponsabile. 
E su questo punto, solo su questo, per la prima volta nella vita sono d'accordo con il mio governo. Ma pretendo rispetto per i non deficienti. Che ci sono, Minoritari, ma ci sono.

P.S. Ecco il link per firmare l'appello di Cultura Italiae. Io non firmo mai appelli, ma per questo ho fatto un'eccezione: riesco a sbattermene quasi di tutto, ma dell'idiozia proprio no.

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