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SPLENDIDA MOSTRA, MA PER QUANTI?

Pala d'altare del Museu Nacional d'Art di Barcellona

A me sta benissimo così, ci mancherebbe. Palazzo Madama con la mostra su
Antoine de Lonhy - tanto attesa, rinviata, e finalmente visitabile dopo la tempesta del covid - diventa la mia wunderkammer, il mio paese delle meraviglie, con quei fondi oro che perpetuano i mondani misticismi bizantini e le malìe di Duccio e di Simone Martini, quelle figure ieratiche del Rinascimento nordico presaghe delle dolcezze toscane, quei sapori catalani che mi rinnovano l'illuminazione provata davanti al retablo di Antioco Mainas in San Francesco d'Iglesias, quei libri d'ore che mi riportano ai fasti dell'autunno del medioevo europeo. Antoine de Lonhy è l'artista che aspettavo, erede del gotico fiammeggiante e maestro del mia favorito Gandolfino, l'anello mancante fra le mie passioni pittoriche. E' fantastico scoprirlo in tutte le sue sfaccettature, in tutti i suoi talenti. Tanto più se considerate che alcune delle opere in mostra sono normalmente esposte a Palazzo Madama, ma sfuggono al visitatore che passa e va, senza fermare l'attenzione sul singolo dipinto. Anche a questo servono le mostre: a sottolineare, evidenziare, esaltare ciò che già il museo possiede.
Antoine de Lonhy, "Dormitio virginis" (1470 ca.)
Nella scoperta del pictor optimus sta però anche la debolezza della mostra che si apre oggi a Palazzo Madama: è splendida, ma per quanti? Io la vorrei per tutti, vorrei vedere migliaia e migliaia di visitatori in contemplazione di tanta assoluta bellezza. Purtroppo Antoine de Lonhy non gode della giusta fama popolare - la fama popolare non sempre coincide con il merito - e dunque temo che la mostra non risolverà la perdurante crisi di presenze nei nostri musei civici. Di questo aspetto - spiacevole ma concreto - mi occupo nel commento che potete leggere sul Corriere di oggi, o a questo link.
Però datemi retta: anche se - come me - finora poco sapevate di Antoine de Lonhy, andate a visitare la mostra di Palazzo Madama: vi lascerà senza fiato.

Qui a seguire tutte le notizie, così come le fornisce l'ufficio stampa della Fondazione Torino Musei.

"La Trinità" (1465-1470)

Palazzo Madama,
 dal 7 ottobre 2021 al 9 gennaio, e il Museo Diocesano di Susafino al 7 novembre, presentano insieme la mostra Il Rinascimento europeo di Antoine de Lonhy.

 

L’esposizione, curata da Simone Baiocco e Simonetta Castronovo per la sezione di Torino e da Vittorio Natale per la sezione di Susa, punta a ricomporre la figura di Antoine de Lonhy, un artista poliedrico - era pittoreminiatoremaestro di vetrate, scultore e autore di disegni per ricami - che ebbe un impatto straordinariamente importante per il rinnovamento del panorama figurativo del territorio dell’attuale Piemonte nella seconda metà del Quattrocento. Venuto a contatto con la cultura fiamminga, mediterranea e savoiarda, fu portatore di una concezione europea del Rinascimento, caratterizzata dalla capacità di sintesi di diversi linguaggi figurativi.

 

Lonhy visse e lavorò in tre paesi diversi. Originario di Autun, in Borgogna, si formò sui testi della pittura fiamminga, tra Jan van Eyck e Rogier van der Weyden. Prima del 1450 era già in contatto con uno dei più straordinari mecenati di ogni tempo, il cancelliere del duca di Borgogna Nicolas Rolin, per il quale eseguì delle vetrate istoriate, purtroppo perdute.

Si conoscono poi tutte le tappe del suo percorso attraverso l'Europa: a Tolosa, in Francia meridionale, dove realizzò almeno un ciclo di affreschi e decorò diversi codici liturgici e statuti cittadini; a Barcellona, in Catalogna, dove ancora sopravvive uno dei suoi capolavori: la grande vetrata per la chiesa di Santa Maria del Mar; infine nel ducato di Savoia, dove lavorò per la corte e per numerose chiese e monasteri del territorio e dove si spense, probabilmente, prima della fine del secolo. Il trasferimento di Lonhy dalla Spagna ad Avigliana - dove è documentato dal 1462 - si deve a diversi fattori, come la presenza in questo centro di un castello dei duchi di Savoia e la vicinanza con le prestigiose abbazie di Novalesa e Ranverso, poste sulla Via Francigena, una delle principali arterie di comunicazione già dal Medioevo, da cui passavano cavalieri, ecclesiastici e mercanti di mezza Europa, e quindi un luogo promettente per un artista alla ricerca di nuovi incarichi.

 

Il percorso espositivo della mostra, articolato su due sediPalazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica di Torino e il Museo Diocesano di Susa, vuole mettere in evidenza i viaggi, gli spostamenti e la carriera itinerante attraverso l’Europa di un artista che nelle sue opere riunì insieme elementi e influssi dalla Borgogna, dalla Provenza, dalla Catalogna e dalla Savoia.

 

Torino viene presentata una vera e propria antologia della produzione dell’artista, in pittura e miniatura, con i necessari richiami alla cultura franco-fiamminga che sta alla base del suo percorso; a Susa le opere di Lonhy sono messe a confronto con un tessuto regionale - tra Valle di Susa e Valle d’Aosta - che mostra la sua grande influenza sull’arte dei suoi contemporanei.

 

L’esposizione torinese inizia raccontando la “scoperta” di Antoine de Lonhy: come spesso avviene nel campo della storia dell'arte, alla conoscenza di questo artista del Quattrocento si è arrivati per gradi. Per lungo tempo gli studiosi avevano raccolto alcuni dipinti sotto il nome convenzionale di “Maestro della Trinità di Torino”, prendendo spunto proprio da uno dei suoi massimi capolavori, che è nelle collezioni civiche torinesi. D'altro canto, nell'ambito dello studio dei codici miniati, si era identificato, invece, un “Maestro delle Ore di Saluzzo”, a partire dal meraviglioso manoscritto, che è uno dei prestiti più importanti concessi per la mostra dalla British Library di Londra. In seguito si è poi compreso che dietro questi nomi convenzionali si celava un'unica personalità, il cui vero nome è stato svelato grazie allo studio dei documenti.

Si descrive poi l'attività dell'artista nelle tappe del suo itinerario: un giovanile codice miniato di proprietà delle collezioni torinesi dà un esempio per la produzione nel ducato di Borgogna, mentre per Tolosa l'elemento di maggiore curiosità è legato ai frammenti di affresco provenienti dalla chiesa di Notre-Dame de la Dalbade, datati 1454. Altrettanto importante è il prestito del polittico destinato al monastero della Domus Dei di Miralles, vicino a Barcellona, esposto insieme ad altri due pannelli che in origine erano parte dello stesso complesso.

La sezione più estesa prende in esame l'attività svolta dall'artista negli anni della sua permanenza nel Ducato di Savoia. Come si è detto, i documenti parlano di lui ad Avigliana e, tra le primissime opere, c'è una tavola frammentaria ritrovata proprio in una frazione di quella località: un San Francesco oggi alla Galleria Sabauda di Torino. Interessanti novità sono emerse nel corso delle ricerche effettuate per la mostra, che ci aiutano a leggere meglio l'impatto innovativo di Lonhy in rapporto alla corte ducale, ma anche rispetto al territorio: per esempio oggi sappiamo di una sua attività destinata a Chieri, al tempo città ancor più importante di Torino, le cui principali famiglie avevano svolto attività finanziarie in tutta Europa ed erano bene informate sulle migliori novità dell'Ars nova internazionale.

 

La ricostruzione del catalogo “piemontese” di Lonhy, con tavole dipinte e codici miniati, è ora estremamente approfondita e la mostra – che si avvale di prestigiosi prestiti nazionali e internazionali, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private – è in grado di proporla integralmente, comprese alcune opere mai esposte al pubblico.

 

Il fascino dei dipinti raccolti in questa occasione aveva conquistato già in passato alcuni collezionisti privati, le cui storie sono sempre affascinanti, pur rimanendo nel “dietro le quinte” della ricerca. Emblematico il caso del senatore Leone Fontana, che nell'Ottocento aveva acquistato la già citata Trinità, inserendola nella sua ricchissima raccolta di opere piemontesi, donata in seguito al museo di Torino; oppure quello di Bob Jones Jr., che a metà del Novecento scelse la Presentazione di Gesù al Tempio per ampliare la pinacoteca dell'università privata fondata dal padre a Greenville (South Carolina). La mostra costituisce, inoltre, l'occasione per riunire gli elementi di un polittico venduto nel 1885, che aveva al centro la Adorazione del Bambino, appartenuta in seguito al collezionista olandese Fritz Mayer van den Bergh e oggi custodita nel museo che porta il suo nome ad Anversa.

 

Si tratta di un progetto nato nell’ambito del Réseau européen des musées d’art médiéval, una rete di musei europei fondata nel 2011 da Élisabeth Taburet-Delahaye, già direttrice del Musée de Cluny - musée national du Moyen Âge di Parigi, per promuovere iniziative espositive comuni, ricerche condivise, convegni e conferenze sul proprio patrimonio artistico.

 

Sponsor della mostra Reale Mutua.

 

Il catalogo, a cura di Simone Baiocco e Vittorio Natale, è edito da Sagep Editori. La pubblicazione è sostenuta da Associazione Amici Fondazione Torino Musei, in memoria del professor Giovanni Romano.

 

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