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I VISIONARI DEI DUE SALONI: UNA LETTERA INCAROGNITA

Pieter Bruegel: "La parabola dei ciechi - Così va il mondo". Ma questo post non parla della prossima mostra alla Venaria Reale
No, scusate davvero. Ogni volta mi dico basta, lascia che i morti seppelliscano i morti, smetti di scrivere del Salone e delle sue miserie, occupati di altro, che tanto questi ormai parlano solo per dare aria ai denti. Ma ogni giorno le sparano così mirabolanti che mi monta la carogna nera, e non mi tengo. Quando è troppo, è troppo. 
Allora. Stamattina apro il mio giornale favorito e leggo che due tizi ministeriali, tali Arnaldo Colasanti e Rossana Rummo, due dei quattro "saggi" incaricati da Francis di strologare sul "Salone unico" anche denominato MiTo (e solo a scorgere la parola "MiTo" mi vien da praticare riti apotropaici), rilasciano una serie di dichiarazioni che meritano adeguate chiose.
Sorvolo sul titolo, "Milano ha un'agenda fitta, il Salone si può fare solo ad aprile", che mi fa pensare al carnet di ballo della signorina Tumistufi. Ma insomma, la sintesi a volte può risultare brutale. Passiamo piuttosto alle dichiarazioni virgolettate, e procediamo con ordine.

La prima dichiarazione è semplicemente sprezzante: "Non mi sembra che per Torino di fronte a un bel progetto di caratura nazionale che riesca a tenere insieme i saloni delle due città sarebbe un grosso problema convergere sulle date di Milano che invece ha un palinsesto che non permette di trovare altre finestre". Capito? A loro "non sembra". A me invece sembra che, se io gli entrassi in casa e gli usassi il bagno senza neppur chiedere il permesso, per loro non sarebbe un grosso problema starsene buonini davanti alla porta e aspettare il loro turno. Ma vedrete che i nostri feroci Saladini, dopo tanti proclami trucibaldi, convergeranno come cutrettole.

La seconda dichiarazione è bertoldesca: "Stiamo lavorando proprio nella direzione indicata dal ministro Franceschini: un grande evento unico con una super-governance unica che segua la diffusione del libro attraverso fiere, saloni, festival, nell’Italia intera". Ah sì, la "super-governance". Così adesso i boccaloni torinesi si faranno abbindolare dal contentino di Bray presidente del "Salone unico", convinti che, di conseguenza, la "governance" resterà nelle mani di Torino. Con quale vantaggio? Pensano forse che Bray tutelerà Torino? Che je frega di Torino, a Bray? Lui è di Lecce.

Ma aspetta, adesso arriva il meglio: "Certo non si può pensare che a Milano vada la fiera e a Torino solo un festival, però devono tutti cambiare idea di fondo, puntare a costruire insieme un evento nazionale, ecco perché insieme con il ministro si parlava di un ruolo importante per le Ferrovie, che richiami nelle due città un pubblico nuovo, che vuole incontrare gli autori, i librai, e magari consultare l’archivio di una biblioteca anche di sera". Magari consultare l'archivio di una biblioteca di sera. Questa è geniale. Io sono a Milano, e una sera mi punge vaghezza di consultare l'archivio di una biblioteca. A chi non capita? Beh, detto fatto: corro alla stazione, salto su uno dei numerosi, comodi ed economici Frecciarossa che collegano Milano a Torino ad ogni ora del giorno e della notte, mi fiondo a Torino, m'infilo alla Biblioteca Nazionale e consulto l'archivio. Facilissimo, no? E qui si può apprezzare il "ruolo importante delle Ferrovie", notoriamente friendly con Torino, che faciliteranno al massimo i trasferimenti delle masse meneghine avide di acculturarsi all'ombra della Mole. Questa insopprimibile "voglia di Torino" dei milanesi è da sempre un dato di fatto incontrovertibile: ce lo avevano raccontato anche quando gli abbiamo regalato Settembre Musica per beccarci MiTo, ci avevano descritto folle di bauscia che si riversavano nella nostra ridente città per delibare i concerti. Li stiamo aspettando dal 2007: devono essersi smarriti dalle parti di Santhià.

Ma vuoi mettere, l'occasione di "incontrare gli autori e i librai"? A Milano non ne trovi uno manco a morire, se vuoi incontrare un autore (o un libraio!) devi per forza venire a Torino; e pensa, magari ci saranno persino le conferenze all'aperto e gli incontri con gli scrittori, magari nelle università o nei bar... beh, in effetti conosco un paio di scrittori che nei bar li incontri di frequente. Però mi permetto di rilevare che questa idea delle conferenze (all'aperto o al chiuso) e degli incontri non è nuovissima; neanche sotto forma di rassegna o festival che dir si voglia. Sapete come si chiama, qui a Torino? Si chiama Torino Spiritualità, oppure Biennale Democrazia. Tanto per citare due manifestazioni - le più importanti - che da anni e anni propongo, per l'appunto, un cartellone fitto e compatto di conferenze, lectiones magistrales, incontri e dialoghi con gli autori. Pur frequentatissimi dai torinesi, non mi risulta attraggano da oltre Ticino caterve di appassionati; se non altro perché iniziative simili, con autori simili (o uguali), ce le hanno pure nella patria dell'ossobuco. E comunque, se uno ci tiene a vedere uno scrittore in qualsiasi giorno dell'anno può andare al Circolo dei Lettori, o entrare in una libreria, e scrittori ne incontra più che pivieri in una palude.
Vorrei capire: che cosa vengono a insegnarci, Francis e i suoi saggi? A fare Torino Spiritualità e Biennale Democrazia? E poi, una simile trovata come si distinguerebbe da MantovaLetteratura, PordenoneLegge o, perché no?, da Scrittori in Città di Cuneo o La Grande Invasione di Ivrea?
Soltanto con la qualità, mettendo in campo i fuoriclasse della scrittura. Potremmo permetterceli? E non li fagociterebbe tutti Milano?
Vabbé, mi obietterà qualcuno, però anche il Salone del Libro questo è: bancarelle di libri e incontri con autori. What else? Vero. Ma il problema non è fare una bella manifestazione. È l'ombra milanese a inficiare ogni progetto
Perché è la somma che fa il totale, insegnava l'unico credibile pensatore italiano del Novecento. E il totale del Salone del Libro era diverso dai totalini di altre manifestazioni, per il semplice motivo che il Salone era diventato - tra fatiche, impegno, lavoro e minchiate - un marchio riconosciuto (un "brand", dicono oggi quelli che non sanno l'italiano e quindi se la prendono con l'inglese), un evento - allora sì unico - che riusciva, bene o male, ad attirare anche pubblico (neanche tantissimo) da fuori Piemonte. Perso il marchio, gli affari volano via, e così l'unicità, l'amore del pubblico, lo status di evento. E il marchio è comunque perso, perché un Salone del Libro a mezzadria fra Milano e Torino diventa, inevitabilmente, nella percezione generale "il Salone di Milano" (il grande oscura il piccolo) e la "sezione" di Torino sarà immaginata, dai potenziali visitatori esterni, come un'appendice trascurabile. Una sorta di "Salone Off" abborracciato a beneficio dei torinesi refrattari al treno e bisognosi di compensazioni per digerire l'ennesima sconfitta; un "segnale d'attenzione verso le periferie", per dilla in appendinesco. Questo a prescindere dalla qualità. Ci fregherà la concomitanza. Il "pubblico nuovo" di cui tavanano Francis e i suoi coboldi andrà a Milano: perché è più comodo, perché è più vicino, perché è più logico. Perché va così, facciamocene una ragione. La pia illusione dei turisti che da Milano si spostano a Torino è una delle più incredibili fole della storia contemporanea. Anche l'anno scorso la gente che è venuta a Torino ci è venuta per la Sindone, il Papa o gli U2, o perché - vivaddio - voleva visitare Torino: e non perché stava a Milano per l'Expo.
E adesso siamo di nuovo qui a contarcela?
Sì, lo confermo, siamo tutti Charlie Brown. E io mi sento anche un po' piciu

Commenti

  1. Mi chiedo quando lasceremo tranquillamente portarci via Artissima e il C2C. Un bel Novembre dei morti della cultura è da un po' che non lo vedo a Torino.

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