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TRANQUI, MILANO NON CI RUBA IL JAZZ. MA CI INSEGNA QUALCOSA

Detesto mettermi a scrivere all'ora di cena: ma noto adesso che molti condividono la notizia dell'imminente JazzMi, il nuovo jazz festival di Milano, collegandola in qualche modo all'eutanasia del fu Tjf. 
Come sapete, sono precisino. Pertanto vorrei precisare che Milano non ci porta via il jazz. Per almeno due ragioni.
La prima ragione: un festival come JazzMi - di cui si aveva contezza da tempo, almeno dallo scorso 22 settembre - non si improvvisa dall'oggi al domani. Servono come minimo sei mesi, se non un anno, e quindi JazzMi è stato progettato ben prima che Appendino vincesse le elezioni e varasse il suo programma di dismissioni. Per favore, risparmiatevi sparate a muzzo. Quel che è giusto è giusto anche nei casini: la nascita di JazzMi non ha nulla a che vedere la giunta di Torino.
Da ciò discende la seconda ragione: ovvero il fatto che - come ufficialmente dichiarato dal sindaco milanese Sala - Milano se ne sbatte i coglioni di Torino. Manco ci vedono. Fanno quel che gli garba, confrontandosi con  le vere grandi città, e non con il Paese dei Gianduja.

Ma se non rende, perché Milano lo fa?

Piuttosto ci si potrebbe domandare: se è vero, come dice il trio Giordano (e come risulta da studi attendibili), che un festival jazz a Torino non ha portato "ricadute" apprezzabili, perché mai i milanesi, tanto attenti al soldo, si imbarcano in quell'avventura?
Prima ipotesi: lo fanno per amore del jazz. Può essere. Milano ha una grande tradizione jazzistica, ha un bel pubblico e ottimi musicisti. E forse la giunta Sala ritiene "educativo" propagandare il jazz. Questo è un aspetto che i nostri ciaparatt tanto attenti al soldo che ricade proprio non prendono in considerazione. Ma su questo tornerò.
La seconda ipotesi: Milano sa come fare. Investe tanto e bene, ha gli strumenti per comunicare, ha un'attrattività e una posizione geografica migliori di Torino, ha credibilità internazionale e gli sponsor non hanno il braccino corto. Quindi è pure plausibile che JazzMi entri rapidamente nel gotha dei massimi festival jazz europei.

La mission originaria del Tjf: promuovere il jazz

Dato che mi sono rovinato la cena per scrivere questo post, ne approfitto per aggiungere un piccolo racconto personale sul Torino Jazz Festival.
Quando Fassino, nel 2011, decise di varare il Festival (lui lo voleva a tutti i costi: Braccialarghe s'è adeguato), aveva un obiettivo chiaro e dichiarato: promuovere il jazz a Torino. Ricordo che Braccialarghe venne a parlarmi del progetto (e io lo sconsigliai, perché già immaginavo i limiti dell'operazione) e più che l'eventuale attrattiva turistica mi magnificò l'opportunità di "far scoprire il jazz" al grande pubblico e ai giovani. Braccialarghe mi disse: "Se un ragazzo passa per caso in piazza Castello mentre c'è un bel concerto, magari qualcosa gli rimane; e se il festival riuscirà ad avvicinare al jazz gente che altrimenti non l'avrebbe mai ascoltato, sarà un successo". 
Nel 2011 il jazz a Torino non se la passava troppo bene (non che oggi stia meglio, ma andiamo con ordine). Erano lontani i fasti degli anni Ottanta e Novanta, quando Sergio Ramella organizzava memorabili concerti con stelle come Miles Davis, Dizzy Gillespie, Manhattan Transfer, il Centro Jazz curava magnifiche stagioni, nei locali (ricordate il Capolinea e la Contea?) suonavano fuoriclasse come Chet Baker o Massimo Urbani, e la nostra scena sfornava talenti del calibro di Flavio Boltro.
Dopo quei fulgori era venuta una progressiva decadenza; il pubblico scemava (il jazz non era più "di moda") e molte iniziative si spegnevano per consunzione e penuria di fondi. 
L'errore madornale di Fassino fu tentare un'operazione in vitro: anziché creare un "ambiente" favorevole partendo dalla base e sostenendo l'esistente, inventò il Tjf, un colosso (con i piedi d'argilla) che doveva miracolosamente rivitalizzare l'intera scena jazzistica cittadina. Le "ricadute" turistiche ed economiche erano secondarie: vennero accampate a posteriori per giustificare un investimento che a molti (a me per primo) appariva velleitario, e assunsero una crescente centralità suffragata dai deliranti sforzi comunicativi per costruire l'Evento a tutti i costi.

Ma la scena torinese non è rinata

Spiace dirlo, ma non mi sembra che si sia raggiunto quello che nel pensiero fassiniano era lo scopo primario del Tjf, e forse il più nobile, seppur disperato. Oggi le star del jazz a Torino - fuori dal festival - arrivano sporadicamente, e in genere d'estate al Gru Village, dove i commercianti "illuminati" considerano un investimento pubblicitario pagare agli artisti cachet che la biglietteria non potrebbe mai coprire. Il resto della scena non è entusiasmante: il Centro Jazz è morto, il Jazz Club conduce un'attività volonterosa e rispettabile ma di corto respiro, i locali dove si suona jazz sono ormai pochissimi; e i musicisti migliori sono quasi tutti emigrati.

L'eterogenesi dei fini

Per assurdo, negli anni è invece cresciuto il Jazz Festival in sé; pian piano Zenni lo ha svezzato e gli ha dato una certa consistenza, sicché - ironia della sorte - adesso cominciava a godere di una certa visibilità fuori dalla cinta daziaria. Chissà: magari, se resisteva ancora un paio d'anni, capace che diventava davvero un richiamo turistico.
L'aspetto buffo della faccenda è quindi l'eterogenesi dei fini: il trio Giordano ammazza il Torino Jazz Festival perché non porta "ricadute", ovvero - per dirla con parole loro - non soddisfa il rapporto costo/benefici. E nessuno discute della mancata ambizione (o delirio di tardo dirigismo culturale)  di "educare le masse" e costruire a Torino un nuovo pubblico per il jazz. Il tardivo ripensamento a mezzo Fb a proposito di Fringe diventa così un'opportunità, seppure frutto inconsapevole dell'urgenza del trio Giordano di scansare un autogol mediatico.

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