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VENARIA: POCHI RAFFAELLO, MA GRANDE MOSTRA

Raffaello: "La Muta" (1507-1508)
In apparenza, a calcolare i quadri, la mostra "Raffaello. Il Sole delle Arti" che si apre domani alla Reggia di Venaria sembra un'altra bufala. Uno legge "Raffaello", poi conta i quadri di Raffaello esposti e scopre che sono otto (nove con un'attribuzione giovanile) e pensa: qui mi fregano di nuovo.
Invece no. Quella della Venaria è una Grande Mostra.
Le Grandi Mostre si distinguono delle truffe e dalle baracconate non tanto per il numero di quadri esposti, bensì per la loro qualità; ma ancor più per la capacità di suscitare idee, curiosità, scoperte. Per lo stimolo intellettuale che ti danno.
Beh, "Raffaello. Il Sole delle Arti" per me è una Grande Mostra. Non di Raffaello, ma su Raffaello. Mi ha rivelato qualcosa che non sapevo su un artista che, come tutti, pensavo di conoscere fino alla noia.
Raffaello: "Ritratto di giovane con mela"
Sono esposte 130 opere. E ci sono i dipinti, certo. Quelli di Raffaello (e non roba di seconda fila, anzi: classiconi come "La Muta" e la "Madonna del Granduca", non so se rendo l'idea), e quelli dei suoi maestri: Perugino, Pinturicchio e Signorelli con opere più che degne, nonché un bel po' di quadri di papà Giovanni Santi. E altri ancora.  Per non dire di un paio di terrecotte dei Della Robbia che da sole valgono il viaggio.
Ma ciò che importa - ai fini della tesi sostenuta dalla mostra - è il resto, è l'incredibile e ammirevole scialo di opere d'arte "minore" (termine che di sicuro farebbe imbestialire i curatori Silvia Ferino e Gabriele Barucca), esposte a testimoniare ciò che io ignoravo, e che invece è il cuore del progetto espositivo (perché qui c'è un progetto espositivo, finalmente). E cioè che Raffaello, divin pittore, fu anche un abile imprenditore, un antesignano della riproducibilità seriale dell'arte, un lucido propagandista di se stesso, e in un certo senso un pioniere del design. 
"La pesca miracolosa", arazzo da Raffaello (1555-1560)
Di sala in sala, si scopre come Raffaello si preoccupò di scegliere di persona l'incisore di fiducia che riproducesse, in stampe che correvano per l'Europa, le sue opere; e come quelle opere crearono una moda, un modello iconografico che si diffuse ovunque materializzandosi in ceramiche  e arazzi, decorazioni di scudi e vetri colorati, piastrelle e piatti; diventando così parte della vita quotidiana e del gusto collettivo di quel tempo, e dei secoli successivi. Di ciò Raffaello era ben conscio: sapeva con estrema lucidità - affermano i curatori - che stava rivoluzionando per sempre l'immaginario figurativo dell'Occidente. Insomma, Raffaello come Andy Warhol.
"Santa Cecilia" arriva il 30 settembre
La mostra non ve la racconto. Vi consiglio caldamente di visitarla. Anche se non ci sono tanti  quadri di Raffaello, vi fa scoprire un Raffaello che non vi aspettate. Ne uscirete abbagliati. Però non abbiate fretta, mi raccomando: è aperta fino al 24 gennaio, e non vi conviene andarci prima del 30 settembre: solo allora arriverà in esposizione uno dei capolavori massimi di Raffaello, la "Santa Cecilia" prestata - fra non poche polemiche locali - dalla Pinacoteca Nazionale di Bologna.

Commenti

  1. Raffaello come Andy Warhol? No forse non si è ben compreso il senso del progetto, Raffaello non è stato un antesignano della riproduzione seriale, in primis perché lui produceva modelli unici, in secundis perché la riproduzione di "modelli" iconografici di nuova realizzazione non è una novità di Raffaello e non lo è neppure il cimentarsi seppur indirettamente con essa, basti pensare a Leonardo, ma si potrebbe andare anche più indietro nel tempo. Il punto è il livello che questo processo ha raggiunto con Raffaello, consacrandone una fama che negli ultimi due secoli ha conosciuto un certo affievolimento. Concordo pienamente sulla lettura della mostra come una mostra su Raffaello e sul fatto che rappresenti una felice novità nel panorama cittadino l'avere un progetto negli allestimenti. In ultimo non dimenticherei il fatto che il comitato scientifico della mostra sia stato diretto da Antonio Paulucci.

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